La Nuova Sardegna

“Orchidee”, un tuffo nell’immaginario sussurrato

di Roberta Sanna
“Orchidee”, un tuffo nell’immaginario sussurrato

Al Teatro Massimo di Cagliari lo spettacolo di Pippo Delbono, l’anticlassico per definizione

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CAGLIARI. “Orchidee”, al Teatro Massimo, è stata una buona occasione per immergersi nel teatro - immaginifico, autobiografico e universale - di Pippo Delbono in uno dei suoi spettacoli più ricco e toccante. Lo troverete in platea, mentre con voce suadente invita gli abbonati all’autoironia - una presenza come obbligo o scelta? – prima di cominciare a mescolare gli elementi del suo spettacolo anti-classico per definizione. Buio su cui far scivolare ricordi - mia madre diceva… ripete spesso, e in fondo il ricongiungersi a questa figura è il motore di tutto lo spettacolo - e immagini ipnotiche, con fioriture di peschi e ciliegi, ritagli televisivi, e flussi video e fotografici da cui decantano temi forti e dolorosi, il rifiuto della diversità, della libertà sessuale, la paura del corpo e della morte.

È la volgarità di un tempo difficile, confuso e violento, di un mondo che non piace - ma non c’è un altro posto in cui vivere. E di vita si riempie il palcoscenico, con gli undici speciali attori della compagnia che raccontano sé stessi e insieme le visioni di Delbono, che li incita, chiama e mescola in un montaggio delle attrazioni con altre musiche e immagini, con le parole di Shakespeare, di Cechov, Kerouac, Büchner o Senghor, che lui cita, a seconda del momento in presenza o in assenza dal palco, e ne cerca e offre l’essenza, un senso profondo che parla di bellezza e di morte, d’amore e di esistenza umana. Delbono fa una proposta relazionale allo spettatore, chiede una complicità che non lasci andare assolti, di fronte ad immagini che creano significati per contrasto e si leggono emozionalmente prima che con qualsiasi filtro mentale o intellettuale. Il Nerone di Mascagni, piume da Crazy Horse e maracas, manichini e scimmie imbalsamate, Giulietta e Romeo e un girotondo tra fuochi di guerra, le grida di Amleto e parole rivoluzionarie al megafono, due uomini nudi che in silenzio si abbracciano. Processioni danzanti in omaggio alla maestra Pina Bausch. La musica di Avitabile, i Deep Purple e le ultime parole della madre, il finale del giardino dei ciliegi mentre una telecamera scruta stanze e oggetti della casa materna, ormai in vendita – tutto serve a riscattare il passato, con sofferenza e fatica.

Delbono invita insomma, con quella che è stata ben definita disperata vitalità, ad una esperienza da fare in comune, la sua non è certo provocazione e tantomeno conferma consolatoria di certezze, tutt’altro. L’invito è dolce all’immersione ipnotica e struggente, fuori dal tempo che purtroppo ci viene offerto, in un mondo di parole poetiche e visioni dove si può trovare più senso che nella stessa realtà. In cui - citando Kerouac - si può correre da una stella all’altra, e offrire una benefica, vitale, confusione. Un’essenza alchemica che, in un mondo asfittico per semplificazione, dà ossigeno alla complessità del mondo e del vivere.

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