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Chisciotte e Amleto: la finzione diventa specchio del mondo

di SANTE MAURIZI
Chisciotte e Amleto: la finzione diventa specchio del mondo

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di SANTE MAURIZI

Antonio, sconfitto sul mare da Ottaviano e convinto che Cleopatra sia morta, si uccide lasciandosi cadere sulla propria spada. Anche la regina sceglie il suicidio, malgrado Ottaviano la rassicuri circa la volontà di non umiliarla: Cleopatra non può sopportare il pensiero di essere portata a Roma come preda di guerra. Shakespeare le fa immaginare l'amore per Antonio sfregiato da parodie teatrali: «Rognosi poetastri cantastorie comporranno su noi versi scurrili. Lesti commedianti, improvvisando, ci rappresenteranno sulla scena. E io dovrò vedere un ragazzetto nei panni miei, nei panni di Cleopatra, divertirsi a squittir la mia grandezza facendo la sgualdrina». Pensateci. Verso il 1608, su un palcoscenico londinese, un ragazzo travestito da Cleopatra la rappresenta mentre immagina se stessa impersonata da un ragazzo travestito da Cleopatra.

ECCOLO LÀ, RONZINANTE!

Pensate ora a Don Chisciotte che, tornato esausto a casa dopo mille avventure, riposa sotto l'occhio vigile della nipote, del barbiere e del curato. Sansone, figlio di un tale amico del cavaliere, è tornato da Salamanca, dove ha trovato un libro che parla di Don Chisciotte della Mancia. «Porto opinione che al dì d'oggi siano già stampati più di dodicimila esemplari di questo libro, in Portogallo, a Barcellona e Valenza. E a me pare certissimo che non si darà nazione né lingua in cui non si abbia a tradurlo». Gongola Chisciotte a sentire che «l’hanno tra le mani i fanciulli, dai giovani è letta, è intesa dagli adulti, ne fanno elogio i vecchi, ed è infine nota e divulgata presso ogni sorta di gente, che appena s'imbattono in un magro ronzino subito gridano: ecco là Ronzinante!». «E per ventura – chiede don Chisciotte – promette l’autore anche una seconda parte?».

EFFETTO DROSTE

La stessa vertigine fattaci provare da Shakespeare ci coglie al pensare che questo dialogo è nella seconda parte del libro di Cervantes. Come notò Borges, «i protagonisti del Don Chisciotte sono, allo stesso tempo, lettori del Don Chisciotte».

Niente di originale, si dirà. Per noi anziani è la mise en abyme, i postmoderni usano dire ricorsività, autoreferenzialità o effetto Droste, dall’etichetta di quel cacao olandese in cui un’infermiera porta su un vassoio una scatola di cacao con identica immagine. È lo stesso meccanismo del polittico Stefaneschi di Giotto (dove viene offerto a San Pietro un modellino dello stesso dipinto), della notte DCII delle “Mille e una notte” (in cui il re ode dalla bocca della regina il principio del libro) e delle migliaia di varianti in rete della copertina di “Ummagumma” dei Pink Floyd. Quell'effetto magico che ci sgomentava quando da bambini ci infilavamo fra i due specchi, uno di fronte all'altro, dell’armadio dei genitori.

ALONE DI MISTERO

Ed è proprio quella dello specchio la metafora che meglio può aiutare a definire l'importanza di Shakespeare e Cervantes al di là della combinazione di essere defunti lo stesso 23 aprile di 400 anni fa (e dell'essere le vite di entrambi circondate da un alone di mistero, fino a far dubitare delle loro identità: la fanta-teoria preferita da Salman Rushdie è che le opere di Shakespeare non sono state scritte da lui ma da qualcun altro con lo stesso nome).

Specchio, dunque. Nel terzo atto dell’ “Amleto” il protagonista organizza una pantomima che riproduce le circostanze del delitto del padre, e dà alcune indicazioni al primo attore su come debba recitare: «Non oltrepassare i limiti della moderazione, perché qualunque eccesso è lontano dallo scopo del teatro, che è ora, come sempre, quello di reggere lo specchio alla natura».

TEATRO E NATURA

Il teatro come imitazione della realtà? Può darsi, ma c’è un problema. Shakespeare dice hold a mirror up to nature, e tutti traducono mirror con «specchio». Nell’Inghilterra del 1600 la parola mirror significava certamente specchio, come ora, ma significava anche modello. È titolata come mirror tutta la manualistica di precetti ai giovani o di galateo cortigiano. Anche Goldoni, centocinquant’anni dopo, nell’introduzione alla “Locandiera”, scriverà «bello specchio agli occhi della gioventù!», per dire che il comportamento di Mirandolina è un bell’esempio per i giovani.

LA DANZA DEGLI OPPOSTI

Specchio o modello? È un bel problema. Se traduciamo mirror come modello ecco che il teatro non deve più imitare, ma ispirare la realtà. È essa a doversi adeguare al teatro – all’arte –, e non viceversa. È questa ambigua funzione dello specchio a fondare la modernità, quel tempo nel quale Dio non è più il motore della Storia: magari non è negato né discusso, ma relegato comunque ad affare privato. E l’uomo, a repentaglio in un mondo fatto di opposti, può iniziare libero l’avventura della conoscenza, sciolto dai lacci dell’auctoritas.

STORDITI DALLA VERTIGINE

Storditi da quella pericolosa vertigine già si erano perduti Paolo e Francesca (puniti sì, ma già senza troppo accanimento), progenitori di Chisciotte, Werther e Madame Bovary. Prezzo tutto sommato accettabile per una rivoluzione di quella portata: «Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso ad ogni cosa, Don Chisciotte uscì da casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo» (Milan Kundera). Così nasce il Romanzo, strumento raffinato di conoscenza in un mondo fatto di sordide osterie, tagliaborse e meretrici. Dove le certezze – al pari del mito cavalleresco – si dissolvono. Dove prende corpo la preziosa idea (condivisa da Cervantes e Shakespeare) che un’opera di finzione non ha più l'obbligo di essere irrigidita in un genere che risponde a una morale, ma può essere molte cose allo stesso tempo: comica, tragica, storica o romantica. Per reagire alla paura degli specchi.

POSSIAMO ESSERE FITTIZI

«Perché ci inquieta che Don Chisciotte sia lettore del Don Chisciotte e Amleto spettatore dell’Amleto? Credo di aver trovato la causa: tali inversioni suggeriscono che se i personaggi di una finzione possono essere lettori e spettatori, noi, loro lettori o spettatori, possiamo essere fittizi» (Jorge Luis Borges). Cervantes e Shakespeare non ci dicono che cosa pensare o sentire, ma ci mostrano come farlo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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