I tesori custoditi nella casa del Profeta delle pietre
Lo studio dell’artista, con i libri, i manifesti, le lettere, i ricordi di una vita E il giardino degli aranci con i giganti di basalto, muti nel giorno del dolore
SAN SPERATE. Ci sono le statue antropomorfe di legno scuro e di creta color ocra nel cortile della casa di Pinuccio Sciola. Nel giorno dei suoi funerali, sembra che anche loro sappiano di quale lutto abbia avvolto la Sardegna e l'arte universale. Il parco del grande scultore è chiuso. «Anche le pietre oggi piangono il loro padre. Lasciatele sole per salutarlo nel silenzio. Torneranno a suonare come voleva lui». Le pietre, tutte le pietre-monumento, sono lì a testimoniare, mute e sotto il sole, la grandezza di chi ha dato loro un’anima.
Il portone di via Marongiu 21 si è aperto poco dopo le 9 del mattino. Sulla facciata color fango le spighe di grano, in rilievo sei vasi con foglie verdi. Il selciato di ciottoli, una statuina di pietra, la Cytroen blu, la bicicletta, il pozzo ricoperto da un graticcio di ferro sul quale, sommerse da foglie di mimosa e d’olivo, ci sono mani piccole e grandi di pietra, sembrano quelle di Sciola, possenti, quelle che lavoravano di mazza e punteruolo («sono stati la mia Olivetti 24, sono il mio computer tuttofare»). Tutt’attorno una foresta di canne di bambù, grattacieli bianchi e scuri di marmo intagliato, le pietre-pianoforte per i concerti di basalto, il candelabro ebraico anch’esso di basalto con sette, nove, cento braccia. L’arpa di pietra, il violino di pietra, il pane di pietra, i libri di pietra che piacevano a Maria Lai che poi li arricchiva dei fili e dei nodi della vita. In un angolo quattro cavallini colorati di bianco, blu, verde e giallo, sembrava che spuntino fate e gnomi. Li aveva sagomati Pinuccio, erano la gioia dei bambini che da mezzo mondo qui arrivavano con i genitori festanti. Tavoli di legno, morsetti sparsi, martelli e lime, seghetti e tenaglie, funi. E ancora pietre e pietre, ognuna un’opera geniale, aspettano il palmo di Pinuccio per far sentire la voce soffocata per millenni.
Lo studio è vuoto. Una grande sala dove Pinuccio ha vissuto la sua vita. Ancora vibra nella grande confusione di carte e disegni, libri e dischi, manifesti e mini carcasse d’auto che voleva vedere sulla Carlo Felice superstrada di croci. Il caminetto è pronto per essere acceso con tralci di vite e tronchetti di leccio. Ancora cavallini di legno, madri padri e figli, grandi agrari e umili contadini, dal soffitto pende un crocifisso di ginepro che potrebbe essere di Caravaggio o Mantegna, di Raffaello o Henry Moore. Al centro il grande manifesto della “Inauguracion” del monumento al suo Maestro David Alfaro Siqueiros. Ecco una frase che il muralista messicano scrive il 30 marzo 1973 in spagnolo: «Nelle opere di Sciola c’è il valore fondamentale dell’arte, mette insieme sintesi, forma e volume, in tutto ciò che tocca emerge la capacità di fare arte con le sue mani poderose». Manifesti di “Pietra e città” parlano del mondo e di Sardegna, di Picasso e del grande disegnatore satirico Franco Putzolu, di quel dolmen “L'Autonomia viene da lontano” voluto dall’ultimo vero presidente della Regione, Mario Melis. Arrivano tanti fax. Sul muro post-it con i numeri di telefono delle persone più vicine, Paolo Lusci, Stefano Salis, Gigi Marotto, c'è ancora Giovanni Lilliu. Una lettera di Vinicio Capossela: «Ci siano incontrati in un veloce pellegrinaggio pomeridiano alla presenza di un punto bianco di luce e lino sotto il quale si muoveva il maestro Goffredo Fofi, la poesia di Michelangelo in musica è quanto di più vicino a un’anima che canta la pietra». Un ritaglio più recente che aveva inorgoglito Pinuccio il 28 luglio 2014: «Ovazione per la Turandot di Sciola».
Poster di Assisi e Venezia, Shanghai e Sydney. Skulpturen 1983-1986 a West Park di Munchen e al Neckarvorland di Heibelberg. “I cinquant'anni suonati” di Paolo Fresu. Pile di libri: la Sardegna di Michelangelo Pira, Antonio Gramsci e Peppino Fiori, le Novelle di Grazia Deledda, Flavio Soriga di “Sardinia Blues”, Vittorio Sgarbi che firma “Nel nome del figlio”, “Gli uccelli” di Aristofane, “L’infinito” di Leopardi, “Sos laribiancos” di Francesco Masala, “Tre ore” di Bachisio Floris con la copertina delle tre pietre-seme. Emerge l’amico del cuore Pablo Volta con “La Sardegna come un’Odissea”. Un’intervista di Franca Rita Porcu: «Ho due sorelle, una più piccola l’altra più grande. La prima, Pittura, è la più allegra, l’altra più seria si chiama Scultura. Con la piccola gioco, dalla maggiore cerco riparo e protezione. Ogni volta che scavo nella pietra capisco che la pietra è la natura, che la natura è madre».
La porta si chiude. Lo scrigno diventerà sempre più sacro col tempo. Come per la Deledda, Gramsci e Maria Lai parlerà al mondo del Profeta delle Pietre.
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