Bollani a Cagliari col suo album di canzoni “Arrivano gli Alieni”
Il pianista torna jazz in Sardegna circondato sempre dall’affetto di un pubblico fedele
CAGLIARI. Il rapporto tra Stefano Bollani, pianista jazz tra i più richiesti e la Sardegna è di lunga data, circondato sempre dall’affetto di un pubblico fedele che lo segue sin dai primi passi, e anche stavolta non perderà l’occasione mercoledì 4 maggio alle 21,30 per assistere al piano solo “Arrivano gli Alieni” all’Auditorium del Conservatorio per l’organizzazione di Spettacoli e Musica diretta da Roby Massa in collaborazione con “Forma e poesia nel jazz” nel cui cartellone il live è inserito. «Si può dire che la mia relazione con la Sardegna è di quelle speciali. Costante e di lunga data, uno dei luoghi dove suono da più tempo. La prima volta è stato venti anni fa, ero davvero un ragazzino».
Rimanendo alla specialità dei rapporti, può raccontare quello con Enrico Rava, il più grande trombettista italiano, stella internazionale e vero scopritore di talenti. Un incontro che ha segnato la sua storia musicale?
«Anche questo avvenne venti anni fa. Conoscere Enrico mi ha cambiato la testa, oltre che la vita. Mi ha dato fiducia e creduto nelle mie possibilità. Mi ha fatto capire tante cose senza spiegarmele direttamente ma facendole sul palco. Abbiamo suonato così tanto assieme che Rava me lo sono quasi “respirato”. Un maestro di vita oltre che di musica. Ho capito tanto osservando come si muoveva nella vita di tutti i giorni. Andare poi in tournèe con Enrico è straordinario. Mi ha sorpreso subito per quell’immenso carico di affetto che si porta dietro. Con lui ho avuto la sensazione che esistesse una famiglia di musicisti e fosse bello farne parte».
Per capire le sue effervescenti doti di artista a tutto tondo c’è un album rivelatore come “Sheik Yerbouti” pubblicato due anni fa: è un omaggio sentito a un visionario della musica contemporanea quale fu Frank Zappa. Quanto ha influenzato questo genio il percorso di Bollani?
«Zappa è stato davvero uno che si è fatto gli affari propri. Questo lo rende un immenso maestro di vita, oltre che d’arte. Fin dai miei primi ascolti di adolescente ho pensato: “Costui fa ciò che vuole e quanto gli passa per la testa”. E’ un fatto raro nel mondo della musica e dell’arte dove gli artisti normalmente si dovrebbero esprimere liberi e senza censure. In realtà spesso esistono anche forme di autocensura che Zappa di certo non praticava. E questo è forse il valore più importante per un artista. Mi ha attirato tanto infine, come in ogni suo progetto questo grande musicista e compositore dava magnifiche e puntuali lezioni di umorismo».
Anche la sua storia d’artista è d’altra parte poco allineata e simile a quella di altri colleghi jazzisti. Ha seguito un percorso originale, anche nel segno del cabaret zappiano, ironico e surreale come accade nei suoi set ma anche fatto di coraggio e ricerca come ha mostrato l’ultima fatica a teatro, “La Regina Dada”, dove ha calcato fisicamente il palcoscenico come attore-musicista in una pièce in cui si intreccia recitazione e musica, dadaismo e Beckett...
«In questo spettacolo si voleva raccontare l'inquietudine di un personaggio che desidera liberarsi dalla sceneggiatura che altri hanno scritto per lui. Si è scelto così una figura estrema, quello di una regina che abdica perché non vuole siano altri a decidere per lei. In realtà nella vita di tutti i giorni avrebbe voluto fare la pianista e non la regina. Sul palco si incontrano due personaggi, uno si esprime con la musica, l’altra è piena di dubbi e pensieri. La musica può aiutare a chiarire le idee anche perché è diretta e non ha bisogno di parole: un incontro apparentemente impossibile che grazie alla musica diventa realtà».
E infine, last but not least, la voglia di cantautorato, quella che viene fuori con prepotenza nell’album “Arrivano gli Alieni” che presenterà domani in concerto. Dove canta addirittura tre canzoni scritte di suo pugno, A cominciare dall’accattivante Microchip”, omaggio a Renato Carosone. Ma poi si va dai tributi a Harry Bellafonte e al jazz di Horace Silver sino a “Dimmi quando quando quando” di Tony Renis. Come si concilia la canzone popolare con il jazz?
«La verità è che desideravo raccontare delle storie e in quel momento mi ispirava farlo con la struttura della canzone, tutto il resto è venuto di seguito. È la voglia di fare che spinge a mettere assieme le emozioni “contaminando”, un termine bruttissimo per significare l’incontro di diverse esperienze. Se avrò voglia e interesse scriverò ancora delle nuove canzoni. Ma niente davvero nel mio lavoro è pianificato».
A proposito di passioni per le musiche popolari, dopo quella per il Brasile ecco l’altra per Napoli. Il 5 agosto all’interno del programma del festival “Rocce Rosse” che si terrà in Ogliastra presenterà una inedita produzione, “Napoli trip” dedicata alla musica partenopea, in compagnia di Daniele Sepe al sax, il dj Jan Bang, Nico Gori al clarino e l’immenso Manu Katchè alla batteria. Una produzione originale che attinge alla grande tradizione sotto il Vesuvio...
«Con questa formazione saremo in tour estivo perché il nuovo disco uscirà alla fine di questo mese. Il gruppo con cui mi esibirò dal vivo è inedito e tutto da rodare anche perché sono dei musicisti assai diversi tra loro. È un disco dedicato a Napoli e rende omaggio alla tradizione partenopea ma non solo. Ci sono anche composizioni originali che sono state composte pensando alla città. Tante cose diverse e tantissimi i musicisti ospiti. Al contrario di “Arrivano gli Alieni” dove invece faccio tutto da solo».
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