La Nuova Sardegna

L’Europa di Petros Markaris «Se crolla perderemo tutti»

di Giacomo Mameli
L’Europa di Petros Markaris «Se crolla perderemo tutti»

Intervista con lo scrittore greco: la democrazia che arretra e l’Ue che si sbriciola La visione spietata dell’oggi di un intellettuale cresciuto tra Oriente e Occidente

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CAGLIARI. Dopo una lunga intervista, alla domanda «può formulare una frase con un po’di ottimismo?» lo scrittore Petros Markaris risponde: «Un drammaturgo tedesco, Heiner Müller, che io apprezzavo molto e che era stato giudicato il maggior poeta vivente dopo Samuel Beckett, mi aveva detto che l’ottimismo è un sentimento mancante di informazione. A me le informazioni oggi non mancano». Ed ecco allora – in un albergo di Cagliari con la traduzione dal greco moderno di Umberto Cini – una lettura spietata sull’Europa e sulla democrazia, su Donald Trump e Hillary Clinton, su migrazioni e crack finanziari radiografati da un drammaturgo di 79 anni, ospite di Leggendo Metropolitano, «nato a Costantinopoli da padre armeno e madre greca, studi liceali fatti tutti in tedesco ma in una Turchia del tutto nazionalista dove l’unico dogma recitava se non sei turco non vali niente. Oggi mi guardo attorno, vedo l’Europa crollare, mi sopraggiunge la depressione del futuro e non posso essere ottimista. Ovviamente mi auguro di sbagliare».

Alla parola democrazia si affiancano sempre più neologismi come democratura o plutocrazia, come se quella libertà nata sotto il Partenone non avesse più valore?

«Osservo che in Grecia come in Europa c’è un arretramento della democrazia, non a livello delle istituzioni o delle leggi ma sull’aggiramento del concetto stesso di democrazia. Oggi la politica studia come disfarsi delle regole. In questo quadro il modo col quale è stata costruita l’Unione europea ha creato un grande danno».

Perché nel mirino sempre l’Unione Europea?

«Mentre gli Stati sostengono le istituzioni a livello europeo, si fa di tutto per chiedere e ottenere deroghe, flessibilità, uscita dai vincoli. Paradossalmente proprio a Bruxelles si difendono gli interessi nazionali e questo circolo vizioso si ripercuote nei singoli Paesi. È la somma zero. In un mondo globalizzato, per di più, l’Ue non può che aggirare forzatamente le sue istituzioni nel nome dei propri interessi. In questo turbine si arriva alla ingestibilità. L’Europa si è così infilata in un vicolo cieco, si è bloccata con i fili che ha tessuto. Tale aggiramento non ha fatto altro che irrobustire i partiti antisistema in Grecia e in Italia, in Francia e in Austria, in Belgio e così via. I profughi non c’entrano, sono un problema ma non il problema principale. L’Europa si sbriciola, perciò parlo di depressione».

Che colpisce tutti, o no?

«Colpisce la classe media e la mia generazione. I giovani non percepiscono questo pericolo. Con l’Erasmus vanno da un parte all’altra, credono che tale status quo resterà immutato. Così non è. Quando io studiavo a Vienna gli stranieri erano sette. Ora non so. I giovani – rispetto alla mia generazione degli anni ’50 o ’60 – godono di questi privilegi tecnici e non sanno che li ha costruiti la politica. Che oggi è evanescente perché prona alla finanza».

Finanza europea che protegge soprattutto la Germania? Sulle sponde del Reno Wolfgang Schäuble conta più di Angela Merkel?

«Non c’è alcun dubbio che la politica monetaria e finanziaria sia in capo a Schäuble, la Merkel subisce. Cede davanti alla Bundesbank. Prima di morire uno dei padri veri dell’Europa, Jean Monnet disse di aver sbagliato: se dovessi ricostruire l’Europa comincerei dalla politica e dalla cultura non dai mercati. La globalizzazione ha indebolito la politica, l’egemonia è della finanza. La politica doveva unificare piccoli staterelli in nazione unitaria, ma una società frammentata non puoi unificarla, tra la Germania dell’Est e dell’Ovest l’abisso è rimasto, sono due Germanie diverse».

In questa Europa che si liquefà c’è anche una super-regia americana o di chissà chi? L’Europa forte non piace nonostante la saggezza di Obama?

«Oggi conta più la Casa Bianca o Wall Street? L’America non è più la potenza dominante ma gli Usa non accettano questa incontestabile realtà. Vivono una realtà virtuale rovinosa e semmai se la prendono con la Grecia o con l’Italia. Quando un’era arriva alla sua fine è anche il collasso del muscolo militare, gli Usa vivono il mito del passato e percepiscono il mito come fosse ancora realtà. Obama vorrebbe un’Europa unita, vorrebbe Londra in Europa ma la realtà è diversa».

E se dovesse vincere Donald Trump?

«Mi auguro che ciò non succeda, i miei amici americani dicono che non succederà, ma non credo che la Clinton sia il meglio. I democratici degli States si accontentano che vinca il meno peggio».

Dicevamo di democratura e plutocrazia. Teme che possano tornare i colonnelli, e non solo sotto l’Acropoli?

«Non credo a dittature militari come le abbiamo conosciute. Ma questa ascesa delle nuove destre, un po’in tutti i Paesi, crea le condizioni per una nuova Weimar. So che cosa vuol dire in Grecia Alba Dorata. La sconfitta non sarebbe della nuova Weimar ma dell’Europa. Che è entità necessaria. Ma deve essere politicamente forte. Oggi così non è ma molti europei non lo capiscano. Ha una grande responsabilità anche la Francia che ha perso il primato della politica e si è arresa a una Germania che ammette di non conoscere e di non capire la politica».

Che cos’è la Grecia?

«È stata condannata a morte dall’egoismo dei suoi dirigenti, dalla corruzione e dalla miopia di un’Europa incapace di essere unita. Unione vuol dire una voce, non quella del più forte. L’Europa serve a tutta l’Europa. Anche alla Germania».

Preoccupato in particolare per la Grecia?

«Sono preoccupato per l’Europa, per un ordine mondiale che oggi non è definito. La Grecia si salva solo se si salva l’Europa, idem l’Italia. Anche la Germania ha bisogno di un’Europa che sia diversa. Non credo alle piccole politiche di piccoli Paesi. Ma oggi il pensiero politico alto è quasi inesistente, affidato ai tribuni. Una vera politica deve scongiurare la prospettiva dell’ascesa di partiti neonazisti. Né greci né europei capiscono cosa succerebbe. Chi guarda solo i numeri sbaglia, chi non vede i disoccupati sbaglia. Chi pensa che tutto sia finanza sbaglia. Tutto è politica: che è democrazia. Ed era nata in Grecia».

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