Il pennello dell’artista dandy che ironizza sui vizi borghesi
L’egemonia culturale dei radicali-postmazziniani della “Nuova Sardegna” Poi il rapido passaggio storico alla città fascistizzata degli anni Trenta
Sassari luglio 1932, interno notte. Nell’elegante prosa d’arte di Elio Vittorini, cioè uno dei più raffinati scrittori italiani del Novecento, la descrizione del Circolo sassarese è tutta messa sotto quest’idea un po’ “coloniale” secondo cui la civiltà borghese si incontra qui, piuttosto a fatica, con la barbarie pastorale della Sardegna (Armenia, Montenegro), e dame e baroni locali ne assaggiano il gusto imbarazzati e sorridenti. Ho sempre avuto l’impressione che su questa pagina famosa sia caduto da subito un qualche anatema dei soci del Circolo, che non ne parlano volentieri.
Se, come ipotizza Giuliana Altea i due “pezzi” di Giuseppe Biasi appena venuti alla luce sono da datare intorno al 1905, la pagina di Vittorini, che è del 1936, funziona come una straordinaria e puntuale didascalia. Eppure ci sono di mezzo non soltanto trent’anni, ma anche un passaggio di civiltà come quello che transitò la Sassari di Filippo Garavetti e dei radicali-postmazziniani della Nuova Sardegna nella città rapidamente fascistizzata, anche se i nuovi dirigenti uscivano in gran parte dalla stessa classe che aveva governato la città nei primi vent’anni del secolo. La pagina di Vittorini è la riprova di questa continuità.
Quel ballo Vittorini lo aveva visto nel 1932: il libro in cui lo descrisse uscì nel 1936 con il curioso titolo “Nei Morlacchi. Viaggio in Sardegna”, ripubblicato a parte nel 1954 con il nuovo, bel titolo “Sardegna come un’infanzia”.
L’antefatto è semplice. La rivista La Fiera letteraria aveva organizzato una crociera in Sardegna invitandovi un variegato (come si dice oggi: del resto vi serpeggiava un po’di antifascismo) gruppo di scrittori in genere emergenti – Vittorini aveva 24 anni. I crocieristi erano chiamati a raccontare il viaggio in un diario: Vittorini vinse le 5mila del primo premio, anche se un bravo giornalista, Virgilio Lilli, era stato classificato ex-aequo.
La location del ballo “vittoriniano” è il piano nobile del palazzo di Ignazio Quesada, conte di San Pietro, dove nel 1875 il Circolo si era trasferito dal vicino palazzo di don Giovannni Battista Pilo, nella stessa via Mercato.
In quel 1932 il Circolo aveva giusto settant’anni. Era stato fondato il 4 ottobre del 1862, come Circolo di Sassari , forse in una sala del municipio dove poi tenne le sue prime riunioni.
Nel 1905 Giuseppe Biasi aveva vent’anni. Studente in Giurisprudenza (sarebbe anche arrivato alla laurea, nonostante una vita molto intensa), era già famoso in una città in cui la goliardia era un modo quasi obbligato di essere giovani (borghesi, s’intende: il padre, ingegnere e insegnante, aveva addirittura un po’ di sangue blu). I goliardi facevano loro giornalini in cui le caricature dei personaggi sassaresi erano d’obbligo: di quelle caricature, e dei personaggi “pupazzettati”, come si diceva, sembrano portare molte tracce questi due nuovi Biasi che tornano tra noi.
C’è una curiosa appendice a questo rapporto Biasi-Circolo sassarese. Nel 1934 l’avvocato Giuseppe Azara, segretario federale del Pnf sassarese, ordinò l’espulsione di alcuni soci notoriamente antifascisti, come i fratelli Aldo, Ettorino e Mario Berlinguer, Michele Saba, Luigi Battista Puggioni, Arnaldo Satta, Bartolomeo Sotgiu: nell’elenco c’è anche il nome di Giuseppe Biasi. Ma Biasi non era antifascista: era un anti-tutto, sotto il suo immancabile monocolo di pittore-dandy caro alla mondanità milanese il mondo appariva già caricaturato. Il fascismo aveva elementi di rozzezza che criticava apertamente. Ma il destino gli riservava una morte tragica sotto un sasso partito da una folla che malediceva il fascismo di Salò nei giorni della caduta della Repubblica di Benito Mussolini.
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