La Nuova Sardegna

Novant’anni col tramezzino Un regno sardo-piemontese

di Roberto Sanna
Novant’anni col tramezzino Un regno sardo-piemontese

Fu inventato nel 1926 nel Caffè Mulassano, ritrovo dell’alta società torinese

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SASSARI. Il regno sardo-piemontese rivive sotto lo stendardo sfiziosodel tramezzino. La gastronomia italiana ha celebrato quest’anno i novant’anni dell’invenzione di questo particolare spuntino, creato a Torino nel 1926 in un piccolo (e molto chic) locale sotto i portici di Piazza San Carlo, tra la Reggia e il Teatro: il Caffè Mulassano. Un bar nato alla fine del 1800, diventato ben presto uno dei principali punti di ritrovo dell’alta società torinese e che da quarant’anni manda avanti la tradizione grazie alla gestione di una famiglia sarda. Ad acquistarlo, negli anni Settanta, è stato Antonio Chessa, carabiniere di Osilo che svolgeva servizio a Torino. E dopo la sua morte, a raccogliere il testimone è stata la nipote Vanna.

Un pezzo di storia. Il Caffè Mulassano è uno dei locali storici italiani, consigliato dalla guida del Touring Club e stabilmente in quella del Gambero Rosso che l’ha insignito di tre tazzine, tre chicchi e una stella. Prende il nome dal fondatore, Amilcare Mulassano, titolare di una bottiglieria e della Distilleria Sacco produttrice di un famoso sciroppo alla menta. La bottiglieria viene trasferita nell’attuale locale di Piazza Castello nel 1907 e presto viene trasformata in caffè. La rivoluzione arriva nel 1925, quando la famiglia Mulassano mette in vendita il bar. Ad acquistarla sono due coniugi italiani emigrati negli Usa, Angela e Onorino Nebiolo, che a Detroit gestivano ristoranti ed erano alla ricerca dell’occasione per rientrare in patria. La trovano nel caffè Mulassano, per il quale sborsano la considerevole cifra di trecentomila lire per la sola licenza. Il bar è piccolo, appena 31 metri quadri, e bellissimo: bronzo, legno, ottone, specchi, un soffitto centrale a cassettone con inserti in cuoio, marmi pregiati. Sul bancone una fontanella di marmo e bronzo che con un sistema di filtrazione fornisce il bicchierino di acqua prima del caffè.

Il tramezzino. I coniugi Nebiolo per lanciare il locale cercano nuove proposte gastronomiche con le quali accompagnare l’aperitivo e, per primi in Italia, fanno arrivare dagli Usa una macchina rivoluzionaria: quella per fare i toast. Il tramezzino è il passo successivo, perché quel pane morbidissimo viene proposto anche senza essere tostato e con diverse farciture sfiziose. All’inizio con l’aperitivo, successivamente come spuntino, acquisendo così una personalità propria. A battezzarlo “tramezzino” sarà qualche anno più tardi il poeta Gabriele D’Annunzio. Oggi una targa ricorda l’evento: “Nel 1926, la signora Angela Demichelis Nebiolo, inventò il tramezzino”. L’originale che ha saputo resistere nel tempo e adeguarsi alle richieste: oggi nel menù del Mulassano sono oltre trenta le varianti del tramezzino, che non è triangolare come in tutti gli altri bar d’Italia ma quadrato in omaggio proprio alla forma del bar.

La parabola. I Nebiolo ci sanno fare e il Mulassano decolla, grazie anche alla sua posizione strategica. Dall’alta società torinese agli artisti impegnati nel vicino teatro, nessuno rinuncia a una colazione o un aperitivo. Qualche nome?Beniamo Gigli, Mario Soldati (che lo sceglie come set per “Piccolo mondo antico”), gli Agnelli, Norberto Bobbio, Ernest Hemingway. Per accogliere nei dovuti modi la famiglia reale, nel 1926 vengono sistemate delle tende rosse. La parabola comincia a calare nel 1938 quando la famiglia Nebiolo decide di impegnarsi nel settore delle sale cinematografiche e mette in vendita il locale. Che lentamente perde il suo fascino e addirittura conosce l’onta della calce nelle pareti. A riportarlo al suo antico splendore sarà un carabiniere di Osilo, arrivato a Torino quando aveva sedici anni.

La svolta sarda. A metà degli Anni ’70 Torino non è una città semplice. E nel pieno della contestazione frequentare un locale come il Mulassano può essere anche rischioso. Antonio Chessa però è innamorato di quel bar un tempo speciale e, soprattutto, ha deciso che il suo tempo in divisa è scaduto. Acquista il bar insieme a un socio, Giovanni Abbiati, e lo riporta allo splendore di una volta. Prima lo restaura con le sue mani, poi lo gestisce in modo intelligente anche quando Abbiati, in piena armonia, cambia settore e decide di mettersi a produrre fiches e tavoli verdi per il casinò. Il Mulassano così diventa “il bar del sardo” e quando Antonio Chessa muore, nel 2010, viene ricordato nella cappella dei Savoia di San Lorenzo a Palazzo Reale alla presenza del sindaco Sergio Chiamparino. La sua eredità rimane sospesa fino al 2013 quando Vanna Chessa rileva tutte le quote della famiglia e si butta nell’avventura insieme a un imprenditore torinese, Patrizio Abrate. Sono loro che spengono le novanta candeline del tramezzino e continuano a custodire il segreto dello spuntino più famoso d’Italia.

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