«La Costituzione è una garanzia: non tocchiamola»
Nell’isola l’ex partigiano Umberto Lorenzoni Dibattito con il magistrato Riccardo De Vito
Non chiamatelo ex partigiano. Umberto Lorenzoni, novant’anni da poco compiuti, non ha mai smesso di lottare per i valori di libertà e democrazia che da ragazzo lo hanno portato a combattere i nazifascisti nelle Prealpi trevigiane. Resistenza per il partigiano Eros (il suo nome di battaglia) vuol dire oggi difendere la Costituzione. Si batte per questo contro la riforma proposta dal Governo. Lo fa come membro dell’Anpi che ha votato sostanzialmente all’unanimità “No” alla riforma, al di là delle recenti affermazioni del ministro Maria Elena Boschi («I partigiani veri voteranno sì») alla quale Lorenzoni ha risposto con decisione («Non consentiremo che una dama bellina storpi la Costituzione conquistata con il sangue di migliaia di partigiani»).
Energico e lucido da far invidia a tutti, a dispetto dell’età, Umberto Lorenzoni continua instancabile a girare l’Italia per raccontare a giovani e meno giovani la sua esperienza come partigiano e trasmettere i valori antifascisti, democratici, repubblicani che trovano espressione nella Costituzione. Domani sarà a Sassari per ribadire ancora una volta le ragioni del suo “no” alle riforme costituzionali. «La prima osservazione da fare – sottolinea raggiunto telefonicamente – è che una modifica costituzionale è una cosa importantissima e andrebbe fatta su iniziativa del Parlamento e non del Governo. Oltretutto abbiamo un Parlamento, in questo momento, delegittimato dalla Corte costituzionale con la sentenza che ha stabilito l’incostituzionalità del Porcellum. Un Parlamento, eletto nel 2013 su una posizione politica estremamente diversa da quella di oggi, che non ha nemmeno la legittimità di mettere mano a questo modo alla Costituzione».
Ma delle proposte di cambiamento cosa non la convince in particolare?
«Ci sono tante anomalie. Guardiamo a cosa diventerebbe il Senato. Da una parte i cittadini non eleggerebbero più la seconda camera prevista dalla Costituzione italiana, ma non si cancellerebbe comunque il bicameralismo perfetto come vogliono far credere. Resterebbe un Senato, per le leggi costituzionali e con la possibilità di intervenire in quelle normali, trasformato in un guazzabuglio di rappresentanza formato da sindaci – che non si capisce bene come potrebbero svolgere bene il doppio ruolo di amministratori delle proprie città e di senatori a Roma – e consiglieri regionali probabilmente alla ricerca dell’immunità parlamentare».
Tra le motivazioni più usate da chi è a favore, ci sono quelle che insistono sul fatto che la riforma porterebbe da una parte a velocizzare il processo legislativo e dall’altra a risparmiare. Lei che ne pensa?
«I tempi di approvazione delle leggi al Senato sono quelli dati dalle segreterie e non sarebbero nemmeno così lunghi. Il problema è che non mettendosi d’accordo tutto slitta, o magari viene approvata la legge e poi si ferma ai ministeri perché non vengono fatti i decreti esplicativi. Ma non per colpa della Costituzione, ci sono decreti passati in due giorni come quello che ha sbloccato i soldi per i politici... E poi non dice spesso Renzi che lui ha fatto moltissime leggi in questo periodo come mai erano state fatte prima in tanti anni? Allora significa che con questa Costituzione di possono fare».
E sul risparmio alle spese, argomento sul quale i cittadini vogliono risposte immediate ed efficaci?
«Con questa riforma si prende in giro gente. Le strutture del Senato rimangono in piedi e rappresentano la spesa maggiore. Allora perché non accettare la proposta che era stata avanzata dalle opposizioni di ridurre decisamente il numero dei parlamentari in questo modo: fare quattrocento deputati e duecento senatori. Si risparmiava di più, magari pensando anche a dimezzare i loro stipendi, e non si intaccava l'equilibrio dei poteri. L’architettura costituzionale rimaneva intatta».
È questo il punto principale del discorso, la cosa che le fa più paura dell'eventuale vittoria del “Sì”?
«Il punto fondamentale è il tentativo del Governo di spostare l’asse istituzionale dal Parlamento all’Esecutivo. Così si scombussola l’equilibrio dei poteri che i costituenti hanno posto alla base della Costituzione italiana. Scomporre questo equilibrio senza trovarne uno nuovo è pericolosissimo perché a un certo punto si sa come si comincia, ma non si sa come si va a finire. Spostare l’asse istituzionale dal Parlamento al Governo vuol dire togliere il pilastro centrale dell'architettura costituzionale che è appunto il Parlamento, perché è l’unica istituzione che viene eletta direttamente dal popolo in omaggio al primo articolo della Costituzione, che dice la sovranità appartiene al popolo. Appartiene è un concetto fondamentale. Invece la si vuole togliere per darla al Governo. Ma i governi sono qualcosa che passano, la Costituzione invece è una cosa che deve rimanere. Questo è il discorso della nostra battaglia. Anche perché fa molta paura questa riforma abbinata all’Italicum, dove il partito che vince si porta a casa la stragrande maggioranza dei seggi. Mi ricorda la legge Acerbo. Si tenta insomma di rovesciare la Costituzione per arrivare alla tesi dell’uomo solo al comando perché, si dice, l’uomo solo al comando fa. Ma ne abbiamo già avuti e sappiamo cosa ci è costato. Teniamoci cara questa Costituzione democratica, antifascista e repubblicana che è stata conquistata e ha garantito la rinascita del Paese e settant’anni di pace al popolo italiano».
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