La Nuova Sardegna

«Racconto i ragazzi di oggi e le loro vite complicate»

di Angiola Bellu

Intervista con la scrittrice Jennifer Niven, vincitrice del premio “Mare di libri” Il suo romanzo “Raccontami un giorno perfetto” è in testa alle classifiche

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Theodore Finch, lo schizzato tragico e pericoloso, e Violet Markey, una tra le studentesse più popolari dell’istituto, si trovano per caso entrambi sul cornicione della torre campanaria della scuola. Ad un passo dalla scelta di farla finita a diciasette anni, inizia l’avventura di due anime fragili in lotta contro la depressione, sullo sfondo di una cittadina dello stato americano dell’Indiana. Raccontami di un giorno perfetto (DeA) di Jennifer Niven, vincitrice del premio Mare di Libri 2016, è la storia d’amore esilarante e dilaniante tra due adolescenti, toccata una e affascinato l’altro dall’esperienza della morte.

La Niven intreccia dialoghi interiori alle avventure ordinarie vissute dai protagonisti con un’intensità straordinaria e commovente, e fa del romanzo un nuovo Giovane Holden, in cui la prospettiva di base è però sia maschile sia femminile, come la stessa autrice ci racconta in un’intervista: «Di solito la prospettiva è maschile: quella di un personaggio che crea scompiglio, con un narratore, spesso maschio, che ne parla. Qui mi sono chiesta cosa succeda nella mente di chi crea questo impatto anche secondo una prospettiva femminile. Dopo il tentativo di suicidio in cui non si capisce chi dei due salvi l’altro, l’idea di metter fine alla propria vita rimane, pur non escludendo la leggerezza nel raccontarla. Credo che sia importante, quando ci si confronta con un tema così profondo e oscuro (il suicidio, ndr), che sia trattato portando dentro della luce, esattamente come nella vita, in cui abbiamo luce ombre nello stesso momento, per rendere la narrazione più onesta e più vera possibile.

Perché ha voluto parlare di suicidio adolescenziale?

«Parto da una storia vera, quella di un ragazzo che ho amato molto, di cui ho cercato di raccontare le vicissitudini. Una volta pubblicato il libro mi sono resa conto di quanti ragazzi si trovino in una situazione di disagio profondo e non riescano a parlarne. C’è un numero spaventoso, allarmante, di persone molto giovani che vive questi alti e bassi non riuscendo a comprenderli. Molti adulti che sono loro vicino tendono a minimizzare parlando di crisi adolecenziale. Per chi vive realmente questo disagio risulta molto doloroso venire etichettati semplicemente come adolescenti».

Ancora oggi il suicidio, e il disordine mentale in generale, sono fortemente stigmatizzati. Perché?

«Non sono certa del motivo, però sono certa che sia uno stigma che dobbiamo contrastare, è molto pericoloso non parlarne. Probabilmente c’è un grande senso di vergogna collegato a queste due tematiche. Spesso le famiglie in cui accadono fatti legati al suicidio o in genere al disordine mentale ritengono che non vada bene sentirsi in quel modo e fanno finta che sia tutto ok. Mi ricordo che, alla prima pubblicazione, durante i dibattiti molti adulti hanno preso la parola e, con ottime intenzioni, sono venuti a dirmi: “Sono tematiche delle quali non puoi parlare perché si potrebbero innescare sentimenti di emulazione”. Allo stesso tempo, molti figli mi hanno detto: “Il libro mi ha fatto capire che non sono l’unico, non sono da solo”».

Un ragazzo straordinario, geniale, che usa Facebook solo perché ha l’esigenza di comunicare con Violet, ne viene travolto. Perché?

«Rispetto ai social media ho un approccio duplice: da un lato io comunico con tutte le persone che girano intorno al libro prevalentemente con i social media. Sono uno strumento utile, vedo che i ragazi lo usano per conoscersi, per creare comunità di supporto in varie questioni. Dall’altro lato c’è anche moltissimo bullismo; quindi c’è anche un lato oscuro dei social. Rispetto al personaggio di Finch ritengo fondamentale che lui fosse separato da tutti questi aspetti, e che effettivamente utilizzasse i social media solo come strumento».

Se Finch è ispirato a una persona reale, quanto c’è di lei in Violet?

«Ci sono alcuni punti cardine che ci avvicinano: siamo cresciute entrambe nell’Indiana contro la nostra volontà, i suoi genitori assomigliano molto ai miei, anche Violet è una scrittrice e, come è successo a me, è innamorata di un ragazzo, Finch. Quando le situazioni della vita diventano difficili, molto dure tendiamo entrambe a sorridere molto. Scrivendo questo libro ho imparato a farlo un po’ meno. A non farlo obbligatoriamente».

Hollywood si è interessata al suo romanzo, che sta per diventare un film. Come vive questa trasposizione?

«L’idea che diventi un film mi emoziona. Proprio ieri notte ho mandato la seconda stesura della bozza della sceneggiatura che sto scrivendo. Di solito a Hollywood si tende a salutare subito lo scrittore, ed è già tanto se gli dicono quando ci sarà la prima della proiezione. Nel mio caso il regista si è imposto col produttore dicendo che sarei stata l’unica a rendere credibile la scrittura filmica».

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