“Human”, Marco Baliani in scena contro il razzismo
Il regista racconta il suo nuovo spettacolo, la prima a Milano e poi in Sardegna Sul palco anche Lella Costa, scenografia di Antonio Marras e musiche di Fresu
CAGLIARI. «La paura dell’altro? E' antica, fa parte della specie. Quando una società diventa fragile, vedi la crisi economica del 2008, il meccanismo che scatta è di trovare un nemico. E qual è il miglior nemico se non quello diverso e lontano da te? E’ successo in Germania con gli ebrei e accade ora. A ogni crisi occorre trovare il capro espiatorio. Adesso sono le ondate dei migranti. La società si rafforza in una identità precaria edificando muri per impedire le contaminazioni».
Così riflette Marco Baliani, regista e attore con Lella Costa di “Human”, coproduzione di Sardegna Teatro e Mismaonda, domani in prova generale al Massimo, l’8 luglio in anteprima al Ravenna Festival e l’8 ottobre in prima nazionale al Piccolo di Milano e, in forma di oratorio, al festival dei Tacchi il 6 agosto a Ulassai. Spettacolo sull’immigrazione, ultimo spettro aggirantesi per l'Europa, causa anche di Brexit, il voto xenofobo che ha spinto via la Grande Bretagna fuori dall’Ue, racconta la paura verso l'altro ed ha molto a che fare con lo sguardo.
«E’ la parabola del Buon Samaritano – spiega Baliani – Su tre persone, due guardano e passano, solo una sente compassione. Quando guardi l’altro nella sua essenza di essere umano non puoi non mettere in campo la solidarietà e l’altruismo. Così, per evitarlo, si costruiscono i muri. Lo sguardo è un elemento fondante nelle relazioni tra gli uomini: io esisto nella misura in cui vengo guardato. Se questo non c’è più, non so più chi sono. E mi perdo».
Un elemento che lega tutte le storie dei profughi è la violenza e la paura. Raccontarle a teatro, evitando la retorica, è difficile. «Questo rischio – dice il regista – l'abbiamo evitato non narrando le storie dei profughi, tranne alcuni casi spiazzanti, come quello di un uomo che fugge perché nel suo Paese l’omosessualità non è permessa. E lo stesso accade per molte donne in fuga da regimi maschilisti. In “Human” c’è piuttosto la voglia di raccontare cosa accade a noi occidentali nell’incontrare i migranti. Questo è il centro del lavoro. Sono piccoli quadri, blitz teatrali. Frammenti in cui cerchiamo di focalizzare le contraddizioni, i conflitti che abbiamo tra noi quando incontriamo la loro disperazione».
Esistenze spezzate come mostra la scritta “Human” dello spettacolo, attraversato da una linea orizzontale. Umanità dove non c'è più posto per la solidarietà. «Non è che non c'è più, anzi ci sarebbe – afferma Baliani – e molti agiscono. I nostri militari ad esempio stanno facendo un lavoro strepitoso.In particolare l'Italia ha un livello di accoglienza che non ha alcun altro Paese europeo. Allora che differenza c’è tra un essere umano che vive a Lampedusa e uno che sta in Austria? Perché quello della Polonia deve dire di no e quello di Lampedusa invece accoglie? Cosa determina la chiusura e l'apertura?».
A raccontare “Human” oltre agli attori (con Baliani e Costa, David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis e Luigi Pusceddu), in un'operazione quasi studiata in modo scientifico anche due big sardi della cultura come lo stilista Antonio Marras autore delle scene e il trombettista Paolo Fresu, che ha scritto le musiche con Gianluca Petrella. «Lella Costa è amicissima di Marras e lo voleva sin dall’inizio. Devo dire che l’immagine della scena è di grande forza. Un impressionante insieme di vestiti come se si vedessero dall’alto, a galleggiare sul mare. Abbiamo pensato anche ad altri musicisti sardi, perché qui ce ne sono davvero di bravi. Abbiamo scelto Fresu perché sta a Bologna, ci conosciamo da tanto, e in più lì ha il suo studio di registrazione. Ci sono due grandi temi musicali che attraversano lo spettacolo con modalità di esecuzione diversa. Uno è di Fresu, “Requiem”, l’altro, un suo cavallo di battaglia, “Sì dolce è il tormento” di Monteverdi».
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