«Ecco come ascoltare la voce dell’Africa»
Sassarese, vive ad Adis Abeba: Marcella Catignani presenta in questi giorni in Sardegna il suo libro “Alfabeto etiope”
Se le parole hanno potere curativo, “Alfabeto etiope” fa bene. Lo ha ben detto Annalisa Cao Diaz, introducendo il libro di Marcella Catignani (Happy Hour edizioni, 195, 12,80 euro) a Cagliari nel Centro di documentazione e studi delle donne: «La sua lettura lascia una sensazione positiva in un momento storico in cui prevale l’incapacità di guardarsi e di capirsi, con persone così diverse da noi. Dimostra come sia possibile riprendere relazioni nate sotto una cattiva stella, in un paese che abbiamo colonizzato, dove abbiamo causato disastri il cui ricordo è ben presente in tutti». «Ma sono relazioni possibili – ha concluso l'ex deputata – perché nate senza interesse. Bisognerebbe ricordare che la nostra presenza altrove non può essere sempre dettata dal profitto».
La vita in Etiopia scorre nella sala affollata, restituita al pubblico con sguardo limpido e una scrittura lieve, a volte ironica, in un continuo gioco di specchi, tra “noi e loro”. Durante l’incontro si alternano letture e domande all’autrice, abituata al confronto con la scrittura altrui nel segno della discrezione, nata a Sassari nel 1961 ha collaborato con Massimo Carlotto e ha fatto parte del collettivo Sabot. Da sette anni vive e insegna ad Addis Abeba. L’alfabeto che, come ha ricordato Brancadori, «è lo strumento che ci permette di esprimerci», ha consentito a Marcella Catignani una narrazione di testimonianza in prima persona, intervallata da micro racconti in corsivo, ai quali l’autrice affida i momenti più intimi, una dimensione domestica fatta di attimi di scoramento e felicità. E rispettando la medesima struttura letteraria il fotografo Mario Di Bari ha montato immagini e musiche come un reportage che accompagna il pubblico nelle strade di Addis Abeba, tra i cantieri della “N.Y. d'Africa”, fatta di palazzoni e case di lamiera, traffico caotico di motocarri e mandrie di animali, oppure attraverso paesaggi incantati e animali esotici, bambini e chiese, capanne dove vivono donne ancora più belle dei colori che indossano.
Scrittura che agisce, l’hanno definita, perché tra i protagonisti c’è la “Scuolina di Yeka Forest”, collegata all'Enpa (Education for Needy People Association) che la scrittrice e suo marito hanno contribuito a costruire ed attrezzare in una delle zone povere della città. «Addis Abeba è una città senza pudore, una città che ti sbatte in faccia le contraddizioni di uno sviluppo dove non c’è posto per gli ultimi. Da una parte il sogno di divenire la New York d'Africa dall’altra la miseria e il dolore che s’incontrano nelle strade», scrive. L’occasione di fare qualcosa di utile per risolvere lo stato di sofferenza provocato dal contatto con livelli di povertà estrema e non filtrati dai media, nasce quando Marcella e suo marito incontrano i volontari etiopi che lavorano nel quartiere Yeka, abitato da donne abbandonate che vivono in casupole di fango. Il progetto nato sei anni fa «consente a 75 bambini di frequentare la scuola dell'infanzia per proseguire poi alle elementari. Problemi ce ne sono tanti ma cerchiamo di andare avanti convinti che l'istruzione sia l'unico modo per avviare un riscatto».
Nell'alfabeto risaltano le tracce lasciate dagli italiani, nella lingua, nella storia, nell’architettura. «Eppure gli etiopi ci vogliono bene, soprattutto le nuove generazioni – spiega l'autrice – Gli studenti della scuola italiana dove insegno dicono: “È importante non dimenticare le cose brutte che ci avete fatto ma è ancora più importante stare insieme e volerci bene”. Solo, non si spiegano il monumento al generale Graziani inaugurato nel Lazio: “Forse non sapete che è un criminale e ha ucciso migliaia di etiopi? E perché l’avete permesso?”».
Dopo l'incontro anche a Sassari nei giorni scorsi con Andrea Motroni, “Alfabeto etiope” verrà presentato ancora il 28 luglio a Bosa e il 13 agosto a Tortolì.
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