La Nuova Sardegna

Giulia e la sciamana del New Mexico

di LUCIANO MARROCU

«Mentre Achille Occhetto affondava il Pci, la nostra ricercatrice scopriva Georgia O’Keefe e Taos»

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LUCIANO MARROCU. In questa nuova stagione, per lei di transizione e di attesa, riprendemmo a frequentarci, io e Giulia. Ufficialmente Giulia stava ancora con Ervas, in case separate, però. Ervas marciva in un caseggiato semipopolare di via dei Volsci, dove pagava un affitto sproporzionatamente alto, mentre a Giulia era rimasto il piccolo ma grazioso appartamento di via dei Giubbonari, che per circa un anno aveva funzionato da nido d'amore. Giulia stava al primo piano e aveva sotto di sé la storica sezione del Pci Regola-Campitelli. In quel periodo, non solo ero ossessionato dalla politica, come d’altra parte mi capita periodicamente, ma m’era presa anche la stranezza di iscrivermi al Pci. Ad essere più preciso, non era proprio al Pci che mi ero iscritto ma al Pci morente, o transeunte, di cui Achille Occhetto aveva da qualche settimana decretato la fine con un intervento in una sezione del Pci di Bologna, la Bolognina si chiamava, da allora passata alla storia. Mettiamo mi presentassi a una riunione di sezione, come capitava spesso visto che abitavo a Campo dei Fiori, proprio sopra la sezione. Quando il segretario di sezione stava per finire la sua veloce introduzione, e il dibattito stava per iniziare, io anticipavo tutti. Non ero io a parlare ma il mio passato, e con lui il mio cuore. Contraddicendosi, probabilmente, e litigando tra loro. Dicevo, scomposto: «Siamo nel bel mezzo del guado. Eravamo comunisti, dobbiamo diventare anticomunisti». Resomi conto della tristezza e dell’avvilimento che tutto ciò stava generando tra i compagni più anziani, tiravo fuori Marx e poi in rapida successione Turati, Piero Gobetti e il socialismo liberale.

«E la rivoluzione, quella vera?», chiedeva il vecchio compagno, che pur senza intervenire era presente a tutte le riunioni. Sarebbe bello, rispondevo, uno scoppio di violenza nell’interesse delle future generazioni. Il problema, rispondevo, è che le rivoluzioni vanno sempre storte. «E Berlinguer?», chiedevano speranzosi i compagni più assennati. L’ultimo dei togliattiani, rispondevo.

Simili sciocchezze nascevano dal mio bisogno di sorprendere, di non stare nel gregge. Volevo essere come tutti ma allo stesso tempo volevo distinguermi.

Chiamato a far parte del direttivo di sezione, mi scoprii felice di dedicarmi all’elevamento spirituale dei compagni della sezione Regola-Campitelli, nel frattempo diventata una sezione del Pds. Che soddisfazione ripetere i gesti, le parole stesse dell’antica militanza comunista, non più al servizio della sterile immutabile opposizione del Pci di Togliatti e Longo, e neppure intrappolato nell’eterna transizione dei tempi di Berlinguer, ma pronto, finalmente, a vincere le elezioni. Un Pds che aspirava a conquistare (alleato con altri) quel fatale cinquantun per cento necessario (ed anche sufficiente, diversamente da come pensava Berlinguer) ad arrivare a Palazzo Chigi. Che gioia, la sera alle cinque, aprire secondo turni rigorosamente programmati, i locali della sezione. Con un fazzoletto rosso al collo, eccomi impegnato a far sparire il monumentale calcio balilla, storico trait d’union tra varie generazioni di comunisti. Lo sostituii con un piccolo scaffale di libri, a cui affidavo il compito titanico di sciogliere il grumo di paleocomunismo che ancora allora ottenebrava le menti dei compagni. Eravamo in un punto della città a cui si affacciava la Roma che più sentivo affine. Dal Portico d’Ottavia bastava attraversare via Arenula perché i compagni della comunità ebraica arrivassero in sezione, mentre nutrivo la folle speranza che i titolari delle jeanserie di via dei Giubbonari votassero d’ora in poi a sinistra. Il vociare, la mattina, del mercato di Campo dei Fiori mi riportava alla Roma di Aldo Fabrizi, che amavo sin da bambino. E la sera, nella folla alcolica che si dava appuntamento attorno alla statua di Giordano Bruno, riconoscevo la mia gente.

Intanto Ervas, abbandonato da Giulia e nel suo alloggio di via dei Volsci, appassiva: si alzava dal letto la mattina e accendeva la luce, anche quando fuori c’era il sole. Ancora in pigiama, si trasferiva stancamente in cucina dove passava il resto della giornata. Lentamente si preparava una frugale colazione, poi prendeva tra le mani il libro che aveva lasciato sul tavolo la sera prima.

Sembravano bastargli le poche telefonate di Giulia, che cercava di spiegare come non fosse vero che l’aveva piantato: il loro rapporto, diceva, non si era mai basato sul binomio ti prendo-ti lascio. Lui, a quel punto, sembra farsi una ragione di quel bizzarro ménage. Lei – si diceva – non era fatta per essere la cinguettante mogliettina del sogno piccolo borghese. Né lui era destinato alla tranquilla felicità che a volte gli capitava di desiderare.

Ma ciò che a lui era sufficiente per sentirsi dentro il cerchio magico dell’amore, era troppo per lei che invece da quel cerchio, almeno per quanto riguardava Ervas, voleva uscire. Quando gliene diede notizia lo fece con una sobrietà e una precisione di termini che solitamente non aveva. Gli disse molto semplicemente che c’era un altro e che gli restituiva le chiavi della casa di via dei Volsci.

Per farvi comprendere a pieno cosa significasse tutto questo per Ervas, devo dare conto di come Giulia fosse approdata nel nostro dipartimento dopo averne girato tre o quattro e dopo un dottorato in Storia dell’Arte su Pisanello. Di Pisanello in realtà poco le importava, le importava invece di Georgia O’Keefe che le si rivelò durante un viaggio negli Stati Uniti, un viaggio che le aveva fatto scoprire virtù americane sino a quel momento a lei sconosciute. Più che genericamente americane, comunque, le virtù che interessavano Giulia erano virtù newyorkesi, chicaghesi e soprattutto del New Mexico. Le tappe del percorso di Georgia O’Keefe, appunto. Giunta a Taos, Giulia, aveva capito che il New Mexico era per lei la patria dell’anima. Il sole, i nativi americani, la colonia degli artisti. Ma neppure Taos le bastava e dopo il New Mexico venne il Messico e in Messico l’incontro con una sciamana che, come lei stessa disse, «la ripulì dalle sue vite precedenti».

5. CONTINUA

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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