Il mondo visto da Mohamed Scatti attraverso i confini
In fuga dall’Africa a 13 anni, prima foto con una macchinetta di plastica regalata Il sogno: documentare il viaggio al contrario. Domani ad Alghero la sua mostra
SASSARI. Tra i giovani talenti della fotografia che questa edizione di Menotrentuno propone, c’è una storia personale e “fotografica” molto particolare. È quella di Mohamed Keita. «Sono partito a piedi dalla Costa d’Avorio che avevo 13 anni, forse 14 – racconta il ventitreenne Mohamed – non avevo un sogno particolare o una meta da raggiungere, ero semplicemente obbligato a farlo. Sono scappato per non morire». Un viaggio verso la salvezza – ma anche di crescita e dura formazione –, lungo tre anni e qualche mese, in cui il ragazzino è diventato adulto. «Sono state esperienze davvero difficili, sono passato come clandestino dalla Guinea, Mali, Libia, Algeria, Malta e infine l’Italia. Ho avuto tante difficoltà ma ho sempre tenuto duro. Mi sono sempre detto: questo momento passerà e ne arriverà uno migliore».
L’arrivo in Italia. La terra della salvezza ha l’aspetto poco ospitale della stazione Termini. Il dormitorio dei clandestini. «Non è certo un posto migliore o peggiore di altri che avevo già visto – ricorda il giovane fotografo –. Però c’è una cooperativa di Save the children che gestisce lo spazio “Civico Zero”. Un ragazzo, Benedetto, veniva li ogni mercoledì. È di Salerno era a Roma per studiare fotografia. Sono sempre stato curioso e mi sono fatto avanti. Un amico mi ha regalato una macchina di plastica, di quelle usa e getta e ho fatto la mia prima foto». La prima immagine di Keita non ha pregi tecnici o particolari sotterfugi estetici, ha però, una grande potenza di racconto. «Ho fotografato il mio bagaglio, la memoria di un momento difficile. È stata la mia prima foto, il mio arrivo in Italia e l’inizio dell’interesse per la fotografia».
La prima foto. Il “bagaglio” di Mohamed è formato da qualche busta di plastica che conserva le sue poche cose. Uno still life semplice il cui valore è l’intuizione dello sguardo e la storia dell’uomo che sta dietro l’obiettivo. Mohamed Keita ha cominciato così a documentare l’universo che lo circondava, un mondo completamente nuovo fatto di incontri e contrasti. La documentazione viene esposta nei locali di “Civico Zero” e a Mohamed viene regalato un corso di fotografia – racconta con uno sguardo timido e sereno –. «Nella mia cultura le cose si guardano e appaiono in maniera diversa e l’esperienza personale ti fa cogliere le cose in un modo ancora diverso – dice Keita–. Contemporaneamente ho frequentato un corso di italiano e fatto le scuole medie, le due esperienze insieme sono state molto simili. Scoprire un’altra lingua e il linguaggio delle immagini occidentale: ho imparato ad articolare e formulare le cose che volevo dire e che pensavo in una lingua nuova». Queste due lingue, i contrasti tra tanti mondi, la dualità orizzontale della nostra società – fatta di molto alto e di bassissimo – è il tema del lavoro di Mohamed Keita. «Tento di trasmettere il sentimento della vita – ci dice – e quello che sento dentro». Mohamed in questi anni ha lavorato per i giornali e proposto il suo lavoro a Roma, al Vittoriano e nel colonnato di San Pietro, a Londra e a Edimburgo, domani alle 19 inaugura la sua personale per Menotrentuno a Lo Quarter di Alghero. Uno sguardo naturale attraverso il 50mm su la comunità di migranti del Vel Marì.
La Terra Madre. Dei dittici che hanno protagonisti altri africani migranti, e le geografie periferiche sarde, in un confronto serrato ma mai antagonista. «Il tema proposto “Terra madre” m’interessa molto. Mia madre non c’è più e “terra e madre” sono due concetti che vanno insieme. Qualche tempo fa sono tornato in Africa nel Mali – dice Keita– e ho lavorato sul contrasto tra felicità e tristezza. Sono convinto che ogni luogo può essere la tua “Terra Madre”. In un mio scatto di Alghero si vedono dei ragazzi che giocano a pallone nella polvere. Ecco in quel momento mi sono sentito a casa».
Il viaggio di ritorno. In questi giorni gli organizzatori di Menotrentuno stanno mettendo a punto – con semplici cittadini e volontari –, una raccolta fondi, un crowdfounding per permettere a Mohamed Keita di concludere la sua campagna fotografica in Africa. Un viaggio al contrario sulla strada che ha percorso verso la salvezza che lo riporti nella sua terra madre.
«Certo è importante esporre in luoghi importanti, ma non quanto arrivare al cuore della gente – confessa Mohamed–. Sembra un luogo comune ma posso dire che, per quanto abbia sofferto molto, l’umanità non mi ha mai deluso».
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