Intervista a Frammartino. Il cinema del reale che filma l’invisibile
Il regista a Platamona per la Summer School
SASSARI. Per raccontare il suo rapporto con il cinema tira fuori un vecchio film di Hitchcock: “Il signore e la signora Smith”. «C’è una coppia che a un certo punto si accorge di non essere legalmente sposata. Viene messo in discussione il loro legame, che devono riscoprire. Per me il cinema è eccellente in questo, a intercettare il legame tra le cose». Michelangelo Frammartino è uno dei più importanti registi italiani di oggi. Milanese di origini calabresi, rivela il suo talento con il sorprendente “Il dono” (2003), prima di affermarsi con “Le quattro volte” (2010) pluripremiato in festival di tutto il mondo, dopo il quale realizza l’installazione-video “Alberi” (2013) che presenta al Moma di New York. Nei giorni scorsi ha partecipato alla Summer School organizzata a Platamona dalla rivista Filmidee.
Frammartino, cosa cerca di trasmettere in particolare ai ragazzi quando si trova nei panni del docente?
«Per me è molto importante lo statuto dell’immagine. Vedo il cinema non solo come strumento per narrare, per intrattenere. Personalmente mi è sempre servito un po’ per riconciliarmi con il reale, con ciò che ho attorno, perché nonostante sia in fondo una macchina ottica, che cattura il visibile, ha questa capacità di intercettare l’invisibile e il nostro legame con le cose».
Con il suo sguardo lei sembra proprio cercare l’invisibile che c’è dentro il reale. Come lavora ai suoi film?
«C’è prima di tutto un grosso lavoro di osservazione nei luoghi. Prima a occhio nudo, poi con la macchina fotografica o la camera per fare alcune riprese. Parti dalla realtà per vedere come si trasforma il quadro con l’obiettivo, poi cominci a scarabocchiare, a prendere appunti visivi, a intervenire sulle immagini che hai girato. La sceneggiatura per me è fatta da una serie di materiali visivi che si compongono come un puzzle».
Parlava dei luoghi. Ha scelto spesso la Calabria, perché?
«È la terra della mia famiglia. Un luogo che ti dà libertà e io volevo muovermi liberamente, in maniera selvaggia. Ricordo che già per il primo lungometraggio, “Il dono”, andai lì proprio perché non volevo girare a Milano, in un posto dove per mettere il cavalletto avevo bisogno di un permesso. Volevo andare in un luogo dove girare in totale libertà. Lo stesso per “Le quattro volte”. È partito così, con dei sopralluoghi in perfetta solitudine. Poi il film piano piano è venuto fuori e in maniera più strutturata rispetto al precedente».
Un film che in qualche modo fa venire in mente un grande regista molto amato in Sardegna: Vittorio De Seta.
«L’episodio dell’albero ha come antecedente ingombrante e meraviglioso “I dimenticati” girato da De Seta ad Alessandria del Carretto nel 1959. Non solo come riferimento perché quel film l’ho guardato più volte, ma anche perché la popolazione di Alessandria ci ha accolti con enorme generosità perché c’era stato De Seta. Ha lasciato anche a distanza di decenni un ricordo vivissimo. È stato davvero un maestro, il suo sguardo ha un’intensità che non sappiamo più dare alle immagini».
Quali altri registi sono stati importanti nella sua formazione cinematografica?
«Tu cresci con Rossellini o Bresson, ma poi vai a vedere cosa fanno i contemporanei, perché ti rassicurano si possa fare ancora un certo tipo di cinema. E gli autori degli anni Novanta a cui guardavo erano soprattutto Tsai Ming-liang e Abbas Kiarostami. Quei film ti danno il senso della composizione, della durata delle scene. Ti si imprimono dentro».
Sono già passati un po’ di anni dal suo ultimo lavoro. Quando vedremo un nuovo film di Frammartino?
«Ho lavorato per tre anni a un film che purtroppo si è fermato. Il fallimento di quel progetto ti fa pensare se veramente vogliamo tutti che ci sia questo tipo di cinema. Io sono convinto che serva ed è importante riuscire a farlo».
Di sicuro la pensano così anche i critici di Filmidee che l’hanno invitata a partecipare a questa Summer School.
«Fanno un lavoro fondamentale. Da una parte aiutano l’autore a capire meglio il suo lavoro, dall’altra le persone a orientarsi in un mondo totalmente industrializzato. Sono un po’ come la magistratura del mondo del cinema. Ed è importante che i magistrati non siano corrotti».
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