James Hillman e gli animali che incontriamo nei nostri sogni
MASSIMO ONOFRI. Gabbiani che garriscono nel cielo azzurro. Cani randagi che s’aggirano in gruppo sfiancati dal caldo. Una cucciolata da mamma gatta nel buio cavo d'una siepe. Un leone impigrito nella...
MASSIMO ONOFRI. Gabbiani che garriscono nel cielo azzurro. Cani randagi che s’aggirano in gruppo sfiancati dal caldo. Una cucciolata da mamma gatta nel buio cavo d'una siepe. Un leone impigrito nella gabbia d’uno zoo di passaggio. Animali: come potrei non pensare a loro, dopo aver letto un libro di James Hillman, “Presenze animali”, stampato nel 1982, e poi numerose volte modificato dallo scrittore? La domanda di Hillman è ineludibile: «Perché gli animali continuano a venirci in sogno, a convocarci, nonostante il nostro attuale modo di abitare il pianeta Terra sia fondato sul loro sistematico sterminio?»
Il discorso di Hillman muove dal superamento dell’idea freudiana dell’animale come travestimento onirico delle nostre pulsioni inconsce. Per almeno una ragione fondamentale: l’animale non è pre-umano, ma sovra-umano, come ogni antica religione dava per evidente. Per dire: anche nella Bibbia, l’accoglimento degli animali nell’Arca da parte di Noè, la loro preservazione – traducibile nel nostro linguaggio come struggente nostalgia ecologica – non vuol dire altro che questo: che ci parlano di noi, per ricordarci la nostra comune appartenenza all’Anima del Mondo. Se vogliamo che quest’Anima non si estingua, e noi con essa, dobbiamo lavorare risoluti, e senza esitazione, alla ricostruzione di quell’Arca.
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