La Nuova Sardegna

Il cinema incontra i migranti del Vel Marì

di Fabio Canessa
La proiezione del film "Fuocoammare" al Vel Marì di Fertilia
La proiezione del film "Fuocoammare" al Vel Marì di Fertilia

la rassegna della Società Umanitaria di Alghero ha fatto tappa al centro di accoglienza per richiedenti asilo

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ALGHERO. I ritmi tribali della musica e delle danze africane rompono il silenzio (assordante) lasciato dalla visione di un film doloroso, quanto necessario, come “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi. Alle percussioni un gruppo di musicisti arrivati da un altro centro di accoglienza richiedenti asilo, quello del Baja Sunajola di Lu Bagnu a Castelsardo, per chiudere con la gioia che trasmettono quei suoni sincopati e ipnotici, ai quali è impossibile resistere senza ondeggiare, una bella e importante serata organizzata al Vel Marì dalla Società Umanitaria di Alghero in collaborazione con la cooperativa che gestisce lo stabile alle porte di Fertilia.

Cinema in spiaggia. L’occasione speciale nasce grazie a “Cinema delle terre del mare”. Sottotitolo “Rassegna itinerante per cinefili in movimento” perché ideata come un percorso attraverso la città. In particolare le spiagge. Da qui l’approdo venerdì 5 agosto nello spazio dell’ex colonia marina. Con uno dei film più attesi del programma, “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi che raccontando Lampedusa e la tragedia dei migranti pochi mesi fa ha vinto l’Orso d’oro al festival di Berlino. «Che sarebbe stato uno dei titoli della rassegna era un punto fermo - racconta Alessandra Sento, direttrice della Società Umanitaria di Alghero - però stavamo ancora decidendo dove e l’idea del Vel Marì è arrivata in modo anche abbastanza casuale. Venivo da un sopralluogo a Villa Segni, che sarebbe stata la tappa di un’altra proiezione, e girando la testa ho visto il Vel Marì. In quel momento abbiamo cominciato a pensare che per un film come “Fuocoammare” sarebbe stato il luogo giusto. Quindi mi sono messa in contatto con chi gestiva il centro per proporre questa serata. E subito abbiamo pensato dovesse avere questa forma di baratto, ci interessava fosse uno scambio. Così noi abbiamo portato il film e loro, i ragazzi, si sono impegnati negli eventi di contorno. A cucinare per il pubblico e a regalare loro anche una serata musicale».

La cena etnica. Il cibo come grande occasione di scambio culturale. La fila di algheresi, e non, curiosi di assaggiare i piatti africani preparati dagli ospiti del centro sembra dimostrare come il cibo possa essere davvero una delle principali ricette per l’integrazione. Una degustazione a offerta libera (ricavato per acquistare i biglietti dei mezzi per il trasporto urbano da mettere a disposizione degli ospiti del centro) con piatti come la yassa, il banku e il ceebu jen simbolo rispettivamente del Mali, della Nigeria e del Senegal. Tra i Paesi dai quali arrivano principalmente i migranti del Vel Marì insieme al Camerun, il Ghana, la Costa d’Avorio. «Al momento - spiega Roberto Cassitta, coordinatore del centro di accoglienza - abbiamo ospiti sessantatré ragazzi che provengono soprattutto dall’Africa subsahariana. Ma ci sono anche quattordici persone dal Bangladesh e un etiope. Un mix anche di religioni perché accanto a molti musulmani ci sono diversi cristiani. E sono tutti molto giovani. Tra l’altro è nata una bambina proprio pochi giorni fa».

Il dovere dell’accoglienza. Tra gli ospiti del centro c’è anche qualcuno arrivato dalla Lampedusa raccontata da Rosi in un film che nella testimonianza di una tragedia che continua sotto i nostri occhi, assume un forte valore politico. Quello che in fondo guida le scelte della Società Umanitaria che vede il cinema come uno strumento di impegno. Un mezzo che indagando la realtà può, anzi deve, spingerci a cambiarla in meglio. Gli altri, la maggior parte, sono invece arrivati da Cagliari dove sono approdati dopo essere stati raccolti dalle navi in mezzo al mare. «Abbiamo iniziato due anni fa - racconta Pasquale Brau, che coordina il lavoro di di Baja Sunajola e Vel Marì - commettendo anche molti errori. Ma da questi abbiamo imparato a capire che al centro della nostra attenzione ci devono essere i nostri ospiti, che non sono profughi, sono essere umani. Persone che vanno accudite perché questo è un nostro dovere. E ci stiamo mettendo anche nella prospettiva di creare posti di lavoro attraverso un accordo che abbiamo firmato con comuni di Alghero, di Castelsardo, l’Università e una serie di associazioni di volontariato che ci stanno dando una grossa mano per fare progetti comunitari. Queste persone possono diventare anche risorse per il territorio, soprattutto nel settore agricolo e artigianale».

Le foto di Mohamed Keita. Il lavoro per facilitare l’integrazione e per dare delle prospettive ai migranti. Occasione di riscatto che il giovane Mohamed Keita ha trovato con la fotografia. Partito poco più che bambino dalla Costa d’Avorio (oggi ha 23 anni) è arrivato in Italia dopo un lungo viaggio. A Roma ha iniziato a fare i primi scatti che poi lo hanno portato a collaborare con diversi giornali e a esporre non solo in Italia. La sua storia è ora raccontata in un cortometraggio (proiettato venerdì sera prima di “Fuocoammare”) opera di Vincenzo Ligios che lo ha seguito con una camera durante il periodo in cui ha sviluppato, proprio al Vel Marì, il suo progetto per la rassegna Menotrentuno organizzata dall’associazione Su Palatu. Adesso le sue foto si possono vedere a Lo Quarter: un intenso sguardo sulla comunità di migranti del Vel Marì. «Sarebbe stato bello proiettarlo con lui qua - sottolinea Vincenzo Ligios - ma Mohamed in questi giorni si trova in Africa. Sta ripercorrendo a ritroso i Paesi che ha attraverso per venire in Italia ormai tanti anni fa. Seguire il suo progetto fotografico, il suo lavoro qua al Vel Marì, è stata davvero una bellissima esperienza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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