«L’antropologia può salvare il mondo»
Franco La Cecla e Marco Aime sul palco del festival Marina Cafè Noir a Cagliari
CAGLIARI. L'«antropologia è un antidoto contro il razzismo e una lente per capire la realtà e poterla cambiare. Come hanno spiegato, dal palco di Marina Cafè Noir, Franco La Cecla e Marco Aime, “Antropologi contro” o “contrariati”, cercando di definire la propria disciplina, per rispondere alle questioni poste da Andrea Staid, «L'antropologia è un modo di essere prudenti, di dire a se stessi che il mondo è molto complicato e c'è bisogno di osservarlo a lungo per capire come siamo». Franco La Cecla spiega così l'approccio anti-egemonico dell'antropologo che oggi dispone di un sapere e di un metodo lunghi un secolo e mezzo.
Un sapere importante «Perché, mai come adesso che il mondo è globalizzato, i privilegiati hanno la possibilità di andare in giro per il mondo, i non privilegiati di essere sbattuti in giro per il mondo. Mai come adesso, questa varietà non vuole essere ridotta a unità e l'antropologia è che ci racconta il mondo com'è». La lezione di umiltà nei confronti delle società che studia rende questa disciplina più efficace della filosofia, della storia, del diritto, dell'economia. Infatti «comparare gli indigeni amazzonici con quelli della Val di Susa, significa guardare il mondo in con un approccio sincronico che ci aiuta a relativizzarci, a sapere che noi rappresentiamo soltanto una parte dello scenario che è un grande mosaico». Africanista ma anche studioso delle popolazioni che abitano alpi italiane, Marco Aime si occupa ora di etnografia del conflitti, come dicono i suoi studi sulla Val di Susa che stanno per uscire in libreria. Nel definire cosa sia "la cultura" Aime ha ricordato che in un tentativo analogo gli antropologi avevano raccolto 525 definizioni del termine per arrivare alla conclusione che «cultura è ciò che ci tiene insieme». Per Marco Aime: «Cultura è una seconda natura, complementare a quella biologica. Siamo infatti l'unico animale che così come viene al mondo non funziona. Mentre qualunque cucciolo in poche settimane impara quello che deve sapere per sopravvivere, noi dobbiamo studiare anni. Questo vuoto dobbiamo riempirlo con la cultura che non è separata dalla natura, ma è complementare. Siamo fatti di natura e cultura. E siccome siamo, fin dalle origini, una specie migrante, abbiamo piedi e non radici. Ci siamo sempre spostati e i nostri antenati incontrando nuovi problemi, nuovi paesaggi nuove situazioni hanno dovuto fornire risposte nuove e diverse». Scopriamo così, a proposito di Famiglia naturale e Diritto, che «Quello che noi chiamiamo naturale spesso non è altro che la ripetizione del tempo di un dato culturale. Nessun gatto ha mai avuto un cognato. Così come non esiste nessun diritto in natura: la gazzella non ha diritto di non essere mangiata dal leone, può solo sperare di essere più veloce».
Il grosso pericolo che corriamo in questa epoca è, secondo Aime, che il termine cultura è stato utilizzato politicamente come sostituto di razza: «Visto che la genetica, dopo la scoperta del Dna, ha dimostrato che non è possibile classificare l'umanità in gruppi biologicamente determinati (quelle che venivano chiamate razze) oggi la discriminazione viene fatta sulla base della cultura come un dato geneticamente ereditato. Si dice cultura e si pensa razza». È il razzismo senza razza del nostro tempo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google