La Nuova Sardegna

Con Hamid Drake jazz senza frontiere

di Walter Porcedda
Con Hamid Drake jazz senza frontiere

Il concerto del batterista al festival di Sant’Anna Arresi

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SANT’ANNA ARRESI. E poi arrivò Hamid Drake. Assieme a William Parker e il teutonico Peter Brotzman in un’ora e trenta sparigliano le carte, ancora una volta. Inafferrabile trio, centro pulsante di energia stellare, quella che fa la differenza con il resto del mondo (jazz) e cattura, affascina e intriga per il quoziente sommerso di sound delle origini e quello emerso di pura arte in movimento. Il festival di Punta Giara tiene saldamente le posizioni, rivelandosi ancora una volta punto privilegiato della creazione artistica senza compromessi e del confronto a trecentosessanta gradi, incurante delle mode e delle tendenze, eppure teatro di una raffinata contemporaneità musicale internazionale. Il palcoscenico collocato ai piedi di un nuraghe – atipico ma possente con le sue sconcertanti pietre ciclopiche sta lì a segnare idealmente il legame con un tempo lontano – nella sua trentunesima edizione, è ancora, fortunatamente, una delle più interessanti zone franche della cultura jazz.

Unica, con poche simili nel territorio nazionale, e non solo, è un laboratorio aperto dove si scava anche su scommesse tematiche importanti (l’anno scorso fu la lezione di Sun Ra, stavolta è invece quella del mitico Frank Zappa), rimanendo comunque e fondalmentalmente fortino avanzato della ricerca e della sperimentazione. Anche quella più ostica e difficile. Ed è anche festival che sa regalare, assieme a momenti di riflessione e studio, grandi emozioni.

Martedì sera è stato l’innovativo concerto dei Solar Sound con Rob Mazurek, uno dei migliori cornettisti in circolazione, la sera successiva il folgorante set di tre leggende come quelle di Brotzman, sassofonista dal fraseggio fluente e un modo di suonare “straight”, che tiene la nota sino allo spasimo, Parker, finissimo contrabbassista, straordinario alchimista di suoni, cavata inesorabile e imprevedibile nelle sue uscite all’archetto come alle prese con il guembri, strumento a corda della tradizione Gnawa da cui estrae sollecitazioni e umori da drum’n bass. E poi c’è Hamid Drake, cresciuto alla lezione di Ed Blackwell ma che ha introiettato tutti i padri del drumming jazz, da Elvin Jones a Max Roach fino a costruirsi uno stile unico e di forte impatto. Drake è una vera forza della natura, autore di un drumming totale e altamente spettacolare. Fa suonare le pelli e i piatti come pochi al mondo, intrecciando pattern con una disinvoltura che lascia a bocca aperta, rapiti. Grande potenza ma anche eleganza e leggerezza. Il tutto al servizio di una musica ribollente e magmatica, dotata di un avvincente magnetismo.

Ma ad avere intrigato e colpito il cuore degli appassionati, presenti nella sesta serata del festival, è stata anche la suite “Echo” offerta dal Serenus Zeitbloom Oktett, formazione berlinese che ospitava nelle sue file, come special guest, la talentuosa sassofonista Ingrid Ladbrok. Una partenza quasi in sordina per questo composito gruppo orchestrale che schiera archi, vibrafoni, chitarre e tromba ed è dedito a una musica che mette insieme improvvisazione e scrittura, caos e struttura, frammenti e unità. I Serenus rendono omaggio a Zappa appunto per echi sviluppati all’interno di un serissima e lunghissima partitura sviscerata con passione crescente da strumentisti di ottima scuola con alcune vere eccellenze (vedi Els Vandeweyer al vibrafono). Oggi sipario sul festival. Apre le danze alle 21,30 il Summit quartet con Mats Gustafsson, Ken Davermark, Hamid Drake e Luc Ex. Chiusura affidata al sassofonista Daniele Sepe che indagherà sulla musica zappiana nel progetto originale “Direction Zappa” assieme a Dean Browman, voce, Davide Castigliola, piano, Gio Cristiano, chitarra e Hamid Drake, batteria.

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