Nel mondo di Paco Roca «Così disegno le mie storie»
Il grande fumettista spagnolo parla della sua nuova graphic novel “La casa” Un racconto in parte autobiografico, scritto subito dopo la morte del padre
Ha un sapore proustiano il nuovo libro di Paco Roca. Di un emozionante viaggio nei ricordi. Quelli suoi, spinta iniziale di questo lavoro, e quelli dei personaggi protagonisti della storia che assumono un carattere universale arrivando a toccare nel profondo i lettori. Tanti anche in Italia ormai quelli del fumettista spagnolo. Soprattutto dopo il successo di “Rughe”, diventato anche un bel film d’animazione. Con “La casa”, pubblicato di recente da Tunué (traduzione di Bruno Arpaia), Paco Roca racconta di tre fratelli che tornano un anno dopo la morte del padre nella casa di famiglia dove sono cresciuti. L’intenzione è quella di vendere, ma ogni tentativo si scontra con i loro ricordi. Hanno paura di vedere sgretolato il proprio passato, compresa la memoria del padre. Nei giorni scorsi il fumettista ha presentato il libro a Cagliari, all’interno del festival Marina Cafè Noir.
La memoria sembra essere il tema ricorrente delle sue opere. Quando ha cominciato a sviluppare questo interesse come autore?
«Devo dire di aver preso coscienza del fatto che la memoria diventava oggetto continuo delle mie opere soltanto quando interviste e incontri mi hanno costretto a guardare al mio lavoro nell’insieme. Credo questo interesse per la memoria non derivi però da motivi nostalgici, ma rappresenti in un certo senso la ricerca della mia identità. Dal punto di vista collettivo (I solchi del destino), professionale (L’inverno del disegnatore) o individuale (La casa). Conoscere il passato è l’unico modo per capire chi siamo».
Quali sono stati i suoi riferimenti in questo senso, i modelli per questo modo di raccontare? “La casa” e più in generale le sue storie a molti hanno ricordato un po’ un altro grande autore contemporaneo: Jiro Taniguchi.
«Adoro i lavori di Jiro Taniguchi, forse il più europeo degli autori giapponesi. I manga sicuramente mi hanno influenzato. Grandi autori come Tezuka o Mizuki, che hanno trattato temi costumbristi senza limitazioni di pagine, hanno sviluppato un linguaggio che il fumetto occidentale non aveva. Ma ci sono molti altri autori che mi hanno ispirato: Hergé, McCay, Satrapi, Jaime Hernandez...».
Mette molto di se stesso nelle sue opere, partendo anche da esperienze personali. Per “La casa” da cosa è voluto partire e come emotivamente ha lavorato nello scavo della memoria personale sul quale poi ha innestato la storia che racconta?
«È una storia arrivata in un momento molto importante per me. Sono diventato padre e quasi allo stesso tempo ho perso mio padre. Questi due eventi mi hanno causato grande disordine emotivo. “La casa” mi è servito per rimettere ordine nel mio mondo interiore. Tutti i libri cambiano il loro autore, ma questo è quello che mi ha cambiato di più. Mi sono riconciliato con mio padre, con la morte e l’inevitabile scorrere del tempo».
Ma qual è il metodo di lavoro che normalmente segue? Parte dalle immagini e poi scrive, o prima preferisce scrivere e disegnare soltanto quando la storia ha preso una forma delineata?
«A differenza di altri colleghi, non faccio mai una singola linea fino a quando non ho terminato la sceneggiatura. Non ho l’ansia di iniziare a disegnare. E torno molte volte sulla sceneggiatura. Forse troppe, visto che poi cambio sempre alcune cose quando preparo le bozze a matita. Solo quando ho abbozzato le pagine comincio a disegnare le tavole definitive. Sono abbastanza metodico nel lavoro».
Il libro mostra anche il cambiamento, l’evoluzione sociale, la distanza tra le generazioni. Quanto era importante per lei affiancare questi temi a quelli del tempo, dei ricordi, della famiglia?
«Sull’idea principale della morte del padre e dell’assenza di una persona cara, si trattava di aggiungere degli elementi per arricchire il racconto. Da una parte quindi c’è la storia della famiglia, con le differenze e i conflitti tra i fratelli. D’altra parte i problemi sociali, le differenze tra la generazione del padre, quella del dopoguerra spagnolo, e la generazione post-crisi economica dei figli».
Una storia che si può definire anche corale: ci sono il padre, i figli e la casa con i suoi oggetti che in fondo è come un personaggio. Qual è la difficoltà di affrontare una narrazione senza un vero protagonista assoluto, un centro sul quale costruire il resto?
«Era una delle sfide che mi interessava affrontare. Volevo parlare di questo padre, ma senza averlo come protagonista. Cercavo una storia corale nella quale unendo i pezzi si arrivasse a comprendere il tutto. Forse la protagonista è la casa stessa, come contenitore dei ricordi e come simbolo del padre».
“Rughe” è diventato un film d'animazione molto apprezzato. Un successo grazie al quale tanti lettori si sono poi avvicinati al suo lavoro di fumettista. “La casa” ha secondo lei caratteristiche per diventare un film o questa coralità potrebbe rendere più difficile un adattamento cinematografico?
«Penso che “La casa” abbia una storia con una struttura molto teatrale, con personaggi che entrano ed escono di scena sempre nello stesso ambiente. Credo che si potrebbe adattare bene al cinema. E devo dire che c’è già un regista spagnolo interessato alla trasposizione cinematografica».
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