La Nuova Sardegna

Addio ad Ermanno Rea, cronista di razza e narratore

di Alessandro Marongiu

L’autore di “Mistero napoletano” e di “Dismissione” si è spento all’età di 86 anni Impegno nel giornalismo democratico e attenzione per Napoli tra amore e rabbia

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di Alessandro Marongiu

Si è spento a Roma, in seguito a una lunga malattia, nella notte tra lunedì e martedì scorsi, lo scrittore, giornalista e reporter napoletano Ermanno Rea. Aveva da poco compiuto 89 anni.

Nato a Napoli nel 1927, Rea aveva vissuto a lungo anche a Milano e a Roma, ma è sempre rimasto profondamente legato alla sua città d'origine: fino alla fine, è davvero il caso di dire, dato che il suo libro che Feltrinelli pubblicherà postumo il prossimo 13 ottobre è ancora una volta ambientato nel capoluogo campano, e più precisamente nel rione Sanità. Collaboratore di numerosi quotidiani e periodici, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo Rea fa parte del movimento dei giornalisti democratici, che mira a combattere l’imperativo dell’obiettività con un approccio onesto: non più trascrittore di verità ufficiali, il giornalista deve riferire al lettore ciò che vede di persona e di cui viene a conoscenza con, appunto, onestà. Un modo, questo, anche di difendere la libertà di stampa in un momento della storia d’Italia particolarmente difficile: e non è certo un caso che quel movimento partorisca nel 1970 “Le bombe di Milano”, libro-inchiesta sulla da poco cominciata stagione delle stragi cui contribuiscono, tra gli altri, Pansa, Bocca, Stajano e lo stesso Rea. Quella dell’impegno, del resto, è stata un’altra costante nella vita di Rea: molto più avanti nel tempo, nel 2014, si candida al Parlamento europeo con “Un’altra Europa con Tsipras”.

Giusto quaranta anni prima Rea aveva esordito con “Mezzogiorno - Realtà sociale e università”, scritto a quattro mani con Franco Catalano; passano poi più di tre lustri prima che una sua nuova opera veda la luce: nel 1990 è infatti la volta di “Il Po si racconta”, edito da Il Gambero Rosso e poi ristampato nel 1996 da Il Saggiatore con il sottotitolo “Uomini e donne, paesi e città di un fiume sconosciuto”, nelle cui pagine l’autore dà conto di un lungo viaggio in macchina (650 chilometri) sulle sponde del Po alla ricerca di persone e luoghi tipici, ma anche inusuali, tra il Delta e il Monviso.

Nel 1992 arriva “L'ultima lezione”, dedicato alla figura di Federico Caffè, l'economista e docente universitario scomparso volontariamente nel nulla nel 1987 senza lasciare alcuna traccia, da cui il regista Fabio Rosi trae poi un omonimo film nel 2001. Tre anni ed ecco “Mistero napoletano”, in cui Rea, continuando sulla linea del testo precedente, si interroga sulla fine di Francesca Spada, sua amica personale e collega a L'Unità nonché militante comunista, suicidatasi nel 1961: come spesso accadrà in altri suoi libri, diverse forme di scrittura si mescolano per raccontare una vicenda individuale che presto diventa il punto di partenza per una ricostruzione storica e d'ambiente – in questo caso l'oggetto è la Napoli del secondo dopoguerra – e per una riflessione di carattere molto più generale sul Paese. “Mistero napoletano" vince il Premio Viareggio nel 1996, e suscita più di una po. lemica: alcuni rappresentanti del vecchio Partito comunista, con in testa Giorgio Napolitano, accusanono Rea di essersi spinto troppo in là con la fantasia quando parla di come il fantasma di Stalin all’epoca ancora aleggiasse tra i dirigenti comunisti. Di aver inventato più di qualcosa anziché attenersi a fatti certi e documentati, insomma.

Nel 1998, per quella che forse è la sua prima, vera prova nella narrativa propriamente detta, “Fuochi fiammanti a un’ora di notte”, Rea ottiene un’altra vittoria, stavolta al Campiello, mentre del 2002 è uno dei suoi libri più celebri, “La dismissione”, che per tramite della vicenda fittizia dell’operaio Vincenzo Buonocore racconta dello smantellamento dell’acciaieria Ilva di Bagnoli. Si ispira a esso la pellicola “La stella che non c'è”, diretta da Gianni Amelio nel 2006. Tra i titoli seguenti, una menzione merita senz’altro “1960 - Io reporter”, volume fotografico per molti aspetti sorprendente: «La fotografia è stata per me una grande passione, breve ma intensa; la Leica, il mio salvagente in una stagione di disillusione politica». È la fine degli anni Cinquanta e, lasciati sia Vie Nuove che L'Unità, Rea medita di abbandonare addirittura il giornalismo: è così che parte per Berlino e si trasforma «in fotografo giramondo. Per cinque anni non feci altro che viaggiare spiando i volti delle persone nei Paesi più lontani. Poi i tempi cambiarono, e con essi, un po’ alla volta, anche le mie decisioni».

Dopo “Napoli ferrovia”, “La fabbrica dell’obbedienza” e “Il sorriso di don Giovanni”, nel 2014 esce “Il caso Piegari”, dedicato al fondatore del Gruppo Gramsci allontanato dal Pci da Giorgio Amendola, che riporta i lettori ai giorni e al clima di “Mistero napoletano”.

Il commiato di Ermanno Rea è affidato a “Nostalgia”, che sarà in libreria per Feltrinelli tra poco meno di un mese. È la storia di Felice, che torna a Napoli quarant’anni dopo esserne scappato in seguito a un fatto di sangue che l’ha visto protagonista. Rientrato nel rione Sanità, dovrebbe accudire la madre malata, ma sono i ricordi, i volti, i vicoli del quartiere a strappargli tutta l’attenzione, fino all’incontro decisivo con Oreste, detto ’o Malommo, suo antico amico e oggi spietato criminale. Un commiato, questo, che per Rea non avrebbe potuto essere più consono: dalla vita, dall’impegno e dalla sua amata Napoli.

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