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nelle sale arriva il nuovo film: “Io, daniel Blake”

Loach: «Il mio cinema di rabbia e ribellione»

di Claudio Zoccheddu
Loach: «Il mio cinema di rabbia e ribellione»

ROMA. «Questo mio nuovo film, “Io, Daniel Blake”, è nato dall’indignazione e dalla rabbia nel renderci conto di quanto abbiamo permesso che accadesse nei tagli al sistema del welfare, alle misure...

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ROMA. «Questo mio nuovo film, “Io, Daniel Blake”, è nato dall’indignazione e dalla rabbia nel renderci conto di quanto abbiamo permesso che accadesse nei tagli al sistema del welfare, alle misure di austerity del governo e alla campagna di destra contro i sussidi statali ai bisognosi. Un film che stimoli la consapevolezza dello spettatore e induca a maggiore solidarietà tra i lavoratori». In questa frase di Ken Loach c’è tutto il suo cinema: militante, emozionante, diretto, un cinema da Palma d’oro al festival di Cannes (ne ha vinte due, per “Io, Daniel Blake” e per “Il vento che accarezza l’erba”, ed è un record) e da sala piena non solo di cinefili accaniti.

Ottant’anni e la lucidità e l’energia di un ventenne barricadero, Ken Loach ieri era a Roma per presentare “Io, Daniel Blake”, che sarà nelle sale il 21 ottobre. Gentile, modesto nei modi e nel linguaggio, eppure capace di parlare con grande efficacia dei più urgenti temi della politica e dell'economia senza perdere mai per un momento il contatto con la realtà. L’ultimo dei comunisti, solitario autore in un cinema business oriente.

La storia di Daniel Blake, “dismesso” a 59 anni dopo un infarto, e quella di Katie madre single con due bambini piccoli entrambi finiti nel gorgo burocratico del sistema sociale inglese tra sussidi statali e reintegro al lavoro in una depauperazione sempre più invivibile, è, come sempre nei film di Loach e del suo fedelissimo autore Paul Laverty, immersa nella realtà. Una delle scene più agghiaccianti del film – Daniel alle prese con il curriculum elettronico per cercare lavoro, lui che è assolutamente digiuno di tecnologia – è stata girata tranne che per due attrici, con ex lavoratori di Job Center, «che se ne erano andati perché non sopportavano più la crudeltà dei trattamenti che venivano loro richiesti». «Dobbiamo riappropriarci – dice Loach – del termine cittadino. Il problema è che gli stati in Europa cercano di non schierarsi negli interessi delle persone, ma del capitale che è quello di rendere i lavoratori vulnerabili, per cui se ti trovi in condizioni di povertà è colpa tua». La realtà invece è che i posti di lavoro non ci sono e i pochi lavori sono talmente precari e instabili che non consentono una vita dignitosa e un salario adeguato. Il precariato è una forza di lavoro inestimabile per le grandi imprese, un rubinetto che si può aprire e chiudere al bisogno, ma questo per la working class è un disastro. La mia speranza sono i segni di grande solidarietà che vedo ovunque pur in un tessuto sociale fortemente minato».

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