Storie della “Bonifica umana”
Presentati tre volumi che ricostruiscono le vicende delle colonie penali sarde
INVIATO AD ALGHERO. Quanto la vita oltre le mura impenetrabili di un carcere si riverbera nel mondo al di fuori? Probabilmente di più di quanto in genere si pensi. E se il luogo di detenzione è una prigione senza muraglie dove i detenuti svolgono gli stessi lavori della gran parte degli uomini liberi della regione, l’effetto sul territorio sarà ancora più visibile, specie se il carcere si propone anche come un modello sociale e urbanistico. Venerdì 16 nella sede del parco regionale di Porto Conte a Tramariglio è stata presentata un’importante ricerca sulla storia delle colonie penali in Sardegna. Tre volumi che indagano, appunto, l’effetto che la “colonizzazione interna” – attraverso il lavoro dei galeotti – ha avuto sull’isola. Il presidente del parco Antonio Farris e Mariano Mariani il direttore hanno presentato i tre volumi editi dalla Carlo Delfino. Il primo “La colonia penale di Porto Conte”. Ricerca di Giorgio Peghin, architetto professore associato dell’università di Cagliari e di Gianluca Zini, architetto funzionario della soprintendenza di Sassari e Nuoro. Il loro lavoro indaga sulla memoria storica e sul restauro di un interessante manufatto. «L’irruzione dell’architettura moderna nell’isola – come ha spiegato Peghin – con un progetto integrale di “fondazione”». Architettura che è stata anche un sogno di un’utopia urbanistica, quasi una “città giardino” basata sull’idea di redenzione attraverso il lavoro. Una visione originale e moderna che si è inserita in maniera armonica nel paesaggio e in dialogo con le strutture tradizionali.
Il secondo libro “Un secolo di bonifica umana” raccoglie interessanti studi – a cura di G. Antonio Farris e Stefano A. Tedde – su “Colonie penali e miglioramento fondiario nella Nurra di Alghero (1864-1962)” come spiega il sottotitolo. Le bonifiche riguardavano zone desolate e malariche attraverso il lavoro dei detenuti “meritevoli” di sfuggire alla detenzione al chiuso. La storia dell’istituzione, e quella dell’agronomia si intrecciano strettamente con quella degli uomini coinvolti. E «la retorica urticante della “bonifica umana” si scontra con una realtà dura» come ha sottolineato Stefano A.Tedde, perché il lavoro forzato, tra malaria, fatica e denutrizione, non era certamente un carcere morbido.
Le vicende degli uomini, carcerati, guardie e tecnici ritornano alla luce nel terzo volume presentato venerdì: “Le carte liberate”, a cura di Vittorio Gazale e Stefano A. Tedde, un imponente lavoro di riscoperta, realizzato anche grazie al lavoro dai detenuti di oggi, dei documenti degli archivi e un viaggio nei luoghi delle colonie penali sarde. Migliaia di descrizioni di luoghi e storie emozionanti, testimonianze, lettere e pensieri di reclusi provenienti da ogni parte d’Italia. Uno straordinario caleidoscopio di vite umane, località e curiosi aneddoti, affiorato dai numerosi fascicoli custoditi negli archivi.
Da queste storie è nato un reading musicale che ha chiuso la serata. Storie, congelate per decenni negli scantinati dei penitenziari che dovevano avere anche un’altra eco, ritrovare un’altra vita. E’ così iniziata un’eccezionale attività creativa da parte di un artista del calibro di Piero Marras, con la rivisitazione di alcune di queste storie, esemplificative della realtà delle colonie penali della Sardegna, facendo nascere, attraverso la forma della canzone, sintesi poetico-musicali di uno spaccato inedito che abbraccia una “umanità di confine”. Si è partiti dalla selezione di centinaia di episodi da cui sono nati 13 brani. L’emozianante spettacolo verrà replicato all’Asinara il 23 settembre, e in seguito nelle case circondariali di Alghero, Castiadas e Sassari.
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