La Nuova Sardegna

Francesco Cossiga, la politica del piccone

Ludovico Ortona ricostruisce il settennato della svolta

4 MINUTI DI LETTURA





Pubblichiamo le prime pagine della postfazione scritta da Pasquale Chessa al libro di Ludovico Ortona “La svolta di Francesco Cossiga. Diario del Settennato (1985-1992)”, Edizioni Aragno. Il volume sarà presentato domani pomeriggio a Roma nella Sala Koch di Palazzo Madama.

* * *

Ai posteri l’ardua sentenza! Gia, ma quando cominciano i posteri? Per Francesco Cossiga sembra non debbano arrivare mai!

La memoria che Cossiga Presidente ha lasciato di sè, infatti, sopravvive costretta alla eterna attualità, sebbene col tempo trascolori sbiadita nel ricordo collettivo, senza riuscire perciò a depositarsi nel passato ed essere quindi giudicata con gli strumenti della storia. Solo la ricostruzione dei fatti consente di capire come sono andate le cose ieri per poterle raccontare e giudicare oggi. Fin dalla sua invenzione la storia si è fondata sulle fonti, sui materiali che il tempo ha tramandato, soprattutto sul racconto di chi c’era. Il diario che Ludovico Ortona ha scritto giorno dopo giorno scandendo i 2.497 giorni del settennato e destinato a riaprire un lungo capitolo di fine secolo che si voleva chiuso, in nome di consolidate opinioni ideologiche e politiche, ma anche culturali. Certo, non si può pretendere che la storia sia scientifica nei suoi giudizi, contigui e affini come sono alle opinioni, mentre si deve pretendere che siano scientifiche le procedure su cui si fondano, verificabili e ripetibili come gli esperimenti di Galileo. Le fonti quindi, per quanto soggettive, sono il pernio su cui ruota tutto il perno del passato.

La rimozione

Un lento processo di rimozione ha trascurato la storia dei fatti dell’ultimo quarto del Novecento, per privilegiare la parte oscura della politica italiana, «i buchi neri della Repubblica», come si dice nel gergo corrente del discorso pubblico, fondando così una vulgata costruita su congetture politiche e ideologiche invece che su ipotesi storiografiche. Una rimozione a geometria variabile ha oscurato la storia politica, cioè gli eventi, i fatti, le idee e le stesse cronache dell’azione presidenziale, rimasta infatti in secondo piano, per tramandare un eterno presente conflittuale e divisivo. Quasi fosse stato Cossiga a chiudere il tempo storico della Prima repubblica, a distruggere il sistema dei partiti degenerato nella “partitocrazia”, a far scomparire Pci e Dc, le due colonne su cui poggiava l’architrave della Repubblica fin dai tempi di Togliatti e De Gasperi. Perciò sopravvive ancora il suo “piccone”, quasi uno stemma nobiliare, la bandiera che lo stesso Cossiga aveva fatto garrire talvolta con simpatica leggerezza, talaltra con aggressiva baldanza e altre volte ancora con minacciosa improntitudine.

Un uomo solo

L’11 di novembre del 1991 la metafora nasce per genesi spontanea quando, durante la presentazione del libro “Cossiga uomo solo”, scritto da Paolo Guzzanti per Mondadori, rispondendo alle sollecitazioni dell’editorialista di Repubblica Mario Pirani, il Presidente constata e teorizza: le “picconate” servono per rifondare, facendo tabula rasa del passato, l’intero sistema del potere repubblicano. La metafora presenta inaspettate valenze culturali e ideali e tocca l’immaginario civile: profonda è la relazione che “Piccone” stabilisce con “Palazzo”, la sineddoche usata da Pier Paolo Pasolini per definire il luogo deputato del potere in tutte le sue forme e ramificazioni. Attraverso quali suggestioni subliminali, il Pasolini “corsaro” sia da considerare l’ispiratore inconscio delle incursioni del Cossiga picconatore, è groviglio ancora da dipanare.

Processo alla Dc

È sufficiente ora constatare la contiguità, nonostante siano passati più di quindici anni dall’agosto del 1975, con il «Processo alla Dc» istruito da Pier Paolo Pasolini dall’esterno del Palazzo sulle pagine del Corriere della Sera contro la stessa Dc messa sotto accusa da dentro il Palazzo del Quirinale, il più alto del potere repubblicano.

L’attacco di Scalfari

L’attestazione politica del “piccone” e dei suoi derivati, fa diventare Cossiga un “picconatore”. La diffusione della metafora cossighiana infatti, trova una legittimazione immediata domenica 17 novembre quando il verbo “picconare” figura sulla prima pagina di Repubblica nell’editoriale con cui Eugenio Scalfari spiega, denuncia e svela come dietro il comportamento “eccentrico” del capo dello Stato si nascondano «caratteristiche eversive, da lui medesimo rivendicate e pubblicamente conclamate». Ecco: il picconatore va considerato un golpista, attentatore dell’ordine costituito: appare perciò un atto dovuto la decisione del Pds, una settimana dopo l’editoriale di Scalfari, di chiedere la messa in Stato d’accusa del Presidente in carica.

Come Nixon

Sui giornali del 24 alla metafora del “piccone” si aggiunge, appunto, la figura dell’impeachment, (si traduce imputazione), presa di peso dalla giurisdizione americana che l’ha ampiamente sperimentata nel caso Watergate di Richard Nixon. Cossiga, con uno scarto da cavallo di razza, risponde con prontezza con una richiesta paradossale ma affatto banale: si autodenuncia, chiedendo alla magistratura, che gli sia contestato il reato di cospirazione politica in relazione alla scoperta di Gladio, la struttura della Nato che doveva entrare in funzione nel caso di un’invasione comunista dell’Italia. Il giorno è ben scelto, il 26 novembre, nel profondo della sfera simbolica collettiva, in cui i parlamentari del Pds si riuniscono per decidere sull’impeachment. Si oppone Giorgio Napolitano e il suo gruppo, li chiamano «miglioristi». Non sono pochi, almeno trentasette, ma finiscono in minoranza.

© Aragno Editore, 2016

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il provvedimento

Abusi edilizi e scarichi irregolari: chiuso il ristorante “Sapore di mare”, ex Chicca Piperita

di Argentino Tellini
Le nostre iniziative