La Nuova Sardegna

Addio a Wajda, l’uomo di ferro del cinema

di Giorgio Gosetti
Addio a Wajda, l’uomo di ferro del cinema

Il regista è morto a 90 anni. Appassionato testimone delle pagine più drammatiche e contraddittorie della storia del ’900

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Novant’anni compiuti il 6 marzo scorso e non sentirli. Così era Andrzej Wajda, il maestro del cinema polacco scomparso l’altro ieri notte mentre già lo attendeva la Festa del Cinema di Roma per celebrarlo con la sua ultima fatica, «Afterimage», ennesima tappa della sua meditazione sulla storia e le storture del suo paese.

Figlio di un ufficiale di cavalleria abbattuto dal fuoco nemico durante la seconda guerra mondiale, soldato lui stesso e per questo poi decorato al valore, Andrzej Wajda si sentiva fin da ragazzo un artista e per questo, a guerra finita, si iscrisse al corso di pittura dell’Accademia di Belle Arti, per poi migrare alla Scuola di cinema di Lodz, autentica fucina dei maggiori talenti polacchi. Qui lo prese a benvolere Aleksander Ford che dopo un paio di cortometraggi all’inizio degli anni ’50 lo aiutò a esordire nel 1954 con il suo primo film, «Generazione», dedicato alla delusione postbellica della sua generazione. Era già un’opera controcorrente per la censura della Polonia stalinista, ma l’eleganza espressiva del giovane autore, la sua abilità nell’usare la metafora anziché la denuncia diretta, il carisma del suo alter-ego sullo schermo, il James Dean dell’est Zbigniew Cybulski, permisero al film di approdare comunque nelle sale.

Comincia da qui un percorso artistico eccezionalmente prolifico: oltre 50 titoli per poco più di 60 anni di militanza cinematografica. Altrettanto lunga è stata quella politica di Wajda, che negli anni ’50 e ’60 fu scomoda voce critica all’interno del Partito comunista, negli anni ’70 tra i sostenitori e ambasciatori internazionali di Solidarnosc, negli anni ’90 senatore della nuova Polonia democratica. Ma è grazie ai film che il suo nome resta inciso nella memoria del ’900: «Cenere e diamanti» appare come una folgorazione alla Mostra di Venezia del 1958 e grazie al premio della critica lo consacra nel mondo dopo l’attenzione già conquistata dal suo precedente «I dannati di Varsavia». Del ’68 è il suo intenso e personalissimo omaggio al ribellismo giovanile con «Tutto in vendita», dedicato all’amico Cybulski appena scomparso in un incidente ferroviario. Tra il ’69 e il’70 firma i suoi massimi capolavori: «Caccia alle mosche», «Il bosco di betulle», «Paesaggio dopo la battaglia», in cui traccia chiaro il confine della sua ricerca tra malessere generazionale (il primo), metafora politica (il secondo) e affresco storico (il terzo). Come Carlo Lizzani in Italia, Wajda ebbe sempre l’ossessione di usare la sua opera come autentico «libro di storia» aperto sulle pagine più drammatiche e contraddittorie della Polonia. E così, all’alba di Solidarnosc osò sfidare la censura del Partito con il bellissimo «L'uomo di marmo» del 1976, cui seguì cinque anni dopo il più celebrativo «L’uomo di ferro», che fece sensazione anche per la partecipazione di Lech Walesa nel ruolo di se stesso.

Nonostante molte incursioni colte come l’infiammato «Danton» del 1981, girato in Francia con Gérard Depardieu, o «I demoni» del 1988, Wajda restò sempre attaccato al suo paese e alla sua cultura fino a trovare il coraggio per la dolorosa e autobiografica denuncia di «Katyn» (2007). Con chirurgico distacco e l’occhio lucido del cronista, il regista rivela al mondo l’orrore delle fosse in cui la polizia segreta di Stalin occultò i corpi di 22.000 ufficiali e soldati sterminati nel 1940 per fiaccare il patriottismo polacco e favorire il ruolo dell’Armata rossa nella guerra ai nazisti. Tra quei morti c’era anche il padre del regista. Così era Wajda: implacabile nell’inseguire la verità, abile nell’evitare che la sua voce fosse tacitata dalle diverse censure del suo tempo, appassionato fino alla faziosità, affamato di vita, vorace nella passione, generoso di sé come mostrava proprio nella primavera scorsa da ospite d’onore al festival di Bari del suo grande amico Felice Laudadio. Del resto il primo saluto nella notte, dopo l’annuncio della morte, è arrivato via twitter dall’ex presidente del Festival di Cannes, Gilles Jacob. Perché Wajda nei grandi festival è sempre stato di casa: Leone d’oro alla carriera a Venezia (1998), Oscar onorario (2000), Orso d’oro alla carriera a Berlino (2006), Palma d’oro per «L'uomo di ferro» nel 1981, quattro nomination all’Oscar. È stato un leone e un combattente, senza di lui certamente anche altri maestri come Kieslowski avrebbero avuto maggiore difficoltà a superare la diffidenza del regime e senza di lui Solidarnosc non avrebbe avuto la stessa visibilità nel mondo. Ma la vena segreta del suo stile resta altrettanto forte nella memoria di chi ama il cinema.

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