La Nuova Sardegna

Al via “Menotrentuno” Giovani fotografi e la loro Terramadre

di Paolo Curreli
Al via “Menotrentuno” Giovani fotografi e la loro Terramadre

L’esposizione di foto inaugurata ieri a Sassari al Mas.Edu In cinquecento lavori nuove visioni che si aprono sul mondo

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SASSARI. Come vedono la “terra madre” i giovani fotografi europei di Menotrentuno, il tema di quest’anno è forse tra i più stimolanti proposti dalla rassegna arrivata a festeggiare il decennale, non perché i temi che hanno unito gli sguardi delle precedenti edizioni fossero meno coinvolgenti, ma perché il concetto di “Terra/madre” di “Homeland” è forse quello che l’attualità ci porge in maniera più pressante: nel cambiamento epocale delle migrazioni, l’esplosione delle megalopoli e lo spopolamento delle zone lontane dai gradi traffici e la certezza che l’armonia dell’umanità con il pianeta vivente sia ormai agli sgoccioli.

Sguardo dei giovani fotografi. Problematiche a cui si risponde con grandi slanci di generosità, attivismo (spesso utopico) oppure con egoismo, contrapposizione, rifugio dietro consolanti frontiere che, ormai, appartengono al passato. Se c’è un dato che pare accomunare lo sguardo dei 15 fotografi in mostra al Masedu sembra sia quello del silenzio e dell’assenza.

La terra è madre quando l’umanità è rarefatta, il rapporto è intenso ma singolare, la pressione plurale dell’uomo è praticamente assente, e se c’è stata appartiene oramai alla memoria. Il passaggio biblico dei migranti al confine con la Macedonia è documentato da Orestis Sefereglou in un lavoro (selezionato al World Press Photo) che raccoglie immagini dei campi abbandonati, tendopoli improvvisate, poveri oggetti lasciati indietro lungo la strada. Luci fredde e composizioni rigorose che raccontano attraverso l’assenza, la fuga da una patria violenta ed esausta verso una terra di sogno che si rivela matrigna. Nei gesti di tenerezza, nell’allegria periferica e malinconica dei ragazzi di Slavutych in Ucraina, fotografati dallo svizzero Niels Ackerman incombe ancora la presenza della centrale nucleare di Cernobyl.

Assenza e abbandono. È un’assenza anche la fattoria tradizionale danese, soppiantata da i nuovi sistemi più remunerativi, del lavoro di Sofie Amalie Klougart. La fotografia diventa documento della nostalgia per un universo scomparso. Processo di abbandono che si ripete anche in Lituania; Kotryna Ula Liliulyte fotografa una piccola comunità agricola di cinque persone, uno sguardo sui sopravvissuti e il racconto degli oggetti su una terra che fu madre. Incombente il nazionalismo che ha diviso il Kosovo, Jasper Walter Bastian, tedesco, documenta l’umanità separata dal fiume e dal conflitto etnico di Mitrovica. Passati i segni esteriori della guerra parlano i tratti somatici, l’abbandono e i muri eretti da comunità che non vogliono più condividere un sogno. Resa con grande forza simbolica dalla britannica Alice Myers la resistenza di una piccola comunità irlandese all’istallazione di un gasdotto. La terra è madre perché ci appartiene e appartiene alla nostra memoria.

Cercare l’armonia con la terra: il solitario, testardo e poetico tentativo di resistenza all’antropocene. Lo racconta Antoine Bruy che è andato a cercare uomini e donne che hanno fatto la scelta radicale di abbandonare le città. Così come fa il belga Kevin Faingnaert nel suo reportage sulla comunità ecosostenibile di Montavero. Più che un segno di mancanza, la povertà degli oggetti, l’assenza dei confort della società dei consumi sono una bandiera radicale di rifiuto, la povertà orgogliosa e serena nei ritratti di questi poetici resistenti.

Linguaggio concettuale. Il linguaggio fotografico diventa essenziale ed evocativo negli straordinari paesaggi di del russo Yevgeny Nakonechnyy, la terra si percepisce attraverso “Okoem”, concetto che in russo esprime lo spazio che si può guardare intorno. Siamo piccoli nell’universo, e le linee orizzontali, i particolari rarefatti ci parlano di una grandezza immanente della natura entro cui possiamo ritrovare uno sguardo trascendente. La terra come luogo dello stare e della casa: è quella di Roberta Masala raccontata attraverso dei trittici: luogo, persona e pensiero, il linguaggio fotografico utilizza armonie compositive proprie del mezzo ma si rivela un potente strumento concettuale. Come nel lavoro di Serena Vittorini dove lo spazio dei pastori, la loro terra, si libera dallo stereotipo per entrare nell’intimo, attraverso un’impaginazione che sposta il centro dalla documentazione e lo porta verso il simbolico.

La foto come strumento concettuale anche nel lavoro di Miia Autio, ritratti di profughi ruandesi in Europa, dove uno sfondo bianco isola dal paesaggio europeo alle loro spalle, rendendo ritratto di persona reale un viso che potrebbe essere solo un simbolo anonimo. Nelle stesse dimensioni del riquadro bianco è riproposto il paesaggio del Ruanda, dove la fotografa si è recata, in un gioco struggente di rimandi ed evocazioni.

Il mondo intimo. Intensi i dittici proposti da Tiziano Demuro, affinità elettive dove il confronto tra cose e luoghi sono una confessione sul rapporto intimo con ciò che amiamo e percepiamo nelle cose che evocano il nostro amore.

Il riconoscersi nei luoghi e il senso dell’appartenenza a un luogo nelle foto di Andrea Alfano: Neoneli e la sua gente, i volti, i gesti e i paesaggi sembrano specchiarsi l’uno nell’altro e formarsi a vicenda. Infine lo sguardo sulla terra di Mohamed Keita, giovanissimo profugo africano che ha incontrato la fotografia grazie ai volontari della stazione Termini di Roma, una visione candida ma non ingenua, dove le contraddizioni vengono documentate ma non strillate, gli occhi di un ragazzo curioso sul mondo.

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