La Nuova Sardegna

Grazia Deledda censurata dal “Corriere”

Grazia Deledda censurata dal “Corriere”

La tormentata collaborazione con il giornale, pezzi respinti e altri con correzioni obbligate

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Pubblichiamo un brano dal libro di Giambernardo Piroddi “Grazia in Terza pagina. Deledda elzevirista nel carteggio con il Corriere della Sera (1909-1936)”, in libreria da domani per i tipi della casa editrice Edes (26 euro, 442 pagine).

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Non sempre le scelte narrative di Grazia Deledda incontrano il favore della direzione del Corriere della Sera, sovente preoccupata delle “ricadute” che un elzeviro di Terza pagina avrebbe potuto avere sul lettore, tenute in conto contingenze storiche e vicissitudini politico-sociali che l’Italia andava attraversando:

Scrive Aldo Borelli, direttore del quotidiano milanese dal 1929 al 1943, in una lettera alla scrittrice: «Gentilissima signora, mi duole restituirle questo elzeviro “L'uccello d’oro”, ma mi muove alla restituzione una ragione che non ha alcun carattere letterario piuttosto di ordine sociale. Non mi sembra infatti opportuno dare un così crudo esempio di durezza mentre, dati i tempi, noi tendiamo a forme sempre più strette di solidarietà nazionale».

COMPLICITA’ E DISTANZA

Tuttavia, quanto a crudi esempi di durezza non era decisamente da meno la novella “Ferro e fuoco”, che il Corriere pubblica comunque il 10 marzo 1936, cinque mesi prima della morte dell’autrice: tant’è che la stessa Deledda, evidentemente persuasa che relativamente al “contratto di lettura” con il pubblico fosse più auspicabile” seguire la “strategia della complicità piuttosto che “della distanza”, sente l’esigenza di ripristinare temporaneamente i codici comunicativi propri dell’oralità. In “Ferro e fuoco” si rivolgeva infatti direttamente ai lettori con il vocativo “amici”, invitandoli a non abbandonare l’elzeviro con la proposizione esortativa «E adesso, amici, non inorridite».

FIGLI DI GUERRIERI

Il racconto è crudo: «Il porco, rovesciato in terra, impotente a muoversi, sente il pericolo e urla; ma l’uomo gli affonda il ferro nel punto preciso del cuore, e non una stilla di sangue accompagna l'agonia della vittima. Poi arde il rogo, in mezzo al cortile, e i due uomini vi dondolano su, come in un giuoco di giganti, l’animale morto; arde il suo pelame irto ancora di dolore una scena quasi dantesca si svolge adesso intorno alla vittima, che viene rapidamente raschiata del pelame abbrustolito, poi spaccata dalla gola all’inguine: sgorgano le viscere fumanti un solo viscere è lasciato per ultimo, nella voragine ardente del grande ventre vuotato: è il fegato. E adesso, amici, non inorridite, anzi esaltatevi come i bambini arrampicati sul muro, dal quale assistono allo spettacolo come dall’alto di un anfiteatro. Il boia e il pacioccone, con un cenno quasi ieratico, invitano chi dei presenti vuole mordere il fegato caldo della vittima. E c’è, sì, chi lo morde: una delle signorine la prima. Le preghiere le urla dei ragazzi perché sia permesso anche a loro il rito sembrano quelle di figli di guerrieri.La cerimonia ha un significato epico: poiché la bocca che morde il fegato ancora caldo di una vittima non conoscerà mai il gemito della viltà».

POVERU IRRICCHIDU

Il niet di Borelli alla novella “L’uccello d'oro” oltreché motivato dalla necessità di sposare quella concezione unitaria e totalitaria della nazione e dello Stato di cui il regime fascista s’era fatto portavoce mutuandola dal pensiero nazionalistico, sembra in parte accostabile a quello a suo tempo ricevuto da Luigi Albertini (alla guida del Corriere dal 1900 al 1921) per la novella “Ecce Homo”, in cui spiccava – come in parte ne “L'uccello d'oro" – la figura proverbiale sarda de “su poveru irricchidu”: il povero baciato dalla fortuna che tuttavia continua a portare i segni dell’originaria povertà: «Fu visto l’emigrato – scrive Deledda – ritornare peggio di come era partito, con una vecchia valigia legata con una corda, e vestito di una grande giacca povera, barba non rasa da più giorni. Si alzò, prese la valigia, fu per uscire: ma quando la donna corse premurosa ad aprirgliela l’uomo aveva aperto la giacca, e sotto vi apparve un bel corpetto di lana a maglia, di quelli che usano i signori: una catena d’oro lo decorava. L’indugiarsi dell'uomo ad aprire un portafoglio tratto dalla tasca interna, e leggervi dentro come in un libro. La donna aveva occhi buoni, i fogli del libro erano larghi biglietti di banca».

MODELLO LOMBARDO

Una figura che, per quanto destinata a un elzeviro, non piacque né ad Albertini né a Borelli, presumibilmente perché étrange, per non dire antitetica, alla vocazione del Corriere dai tempi di Torelli-Viollier: fornire alla borghesia lombarda un «modello di identificazione nazionale intorno alla valorizzazione della sua componente industriale e deruralizzata, caricata di forti aspettative etico politiche».

TRAME SEMPLICI

Tra i rilievi mossi alla scrittrice di cui è rimasta testimonianza c’è inoltre quello di aver privilegiato intrecci eccessivamente semplici. Le vengono dunque suggeriti aggiustamenti e modifiche al fine di dare più sostanza alla materia narrata: «La sua ultima novella – scrive Borelli – era così vigorosa e fresca che non vorrei farla seguire da questa (“L'infuso magico”) così come sta. Non è possibile darle un’ossatura più robusta?». Borelli accenna a “Pane casalingo”, pubblicata sul Corriere il 19 gennaio 1936: scritto in cui l’autrice rievocava modalità e procedure di un antico rito, quello del pane fatto in casa, officiato dall’anziana madre che, «giunto il momento d’iniziare la faccenda, prendeva un aspetto più del solito attento, serio, quasi sacerdotale». Il direttore ne loda la freschezza e il vigore narrativo, preferendola e contrapponendola a quella appena inviata da Deledda, dal titolo “L'infuso magico”: per quest’ultima ritiene il darle «un'ossatura più robusta» condizione essenziale per la pubblicazione.

VIZIO PROFESSIONALE

Ciò mostra ancora una volta quanto, per intrinseca deformazione professionale, risultasse sempre più gradito alla direzione del Corriere un elzeviro contenente in parte la cronaca di un avvenimento realmente vissuto dallo scrivente (o, volendo scomodare le Jacques Goff, l'unione di meraviglioso e quotidiano) rispetto a una novella che della fiaba riassume nel solo titolo due leitmotiv archetipici (infuso e magia). La richiesta di «un'ossatura più robusta» dovette suonare all’autrice quasi un ossimoro (tant’è che preferì destinarla ad un periodico letterario tout court come La nuova antologia).

MARITI LONTANI

L’esame di ulteriori comunicazioni mostra in che misura fosse tenuta in conto la Terza, quanto determinante fosse ritenuto il suo ruolo nell'influenzare l’opinione pubblica: «Gentilissima Signora – scrive ancore Borelli – sono molto dolente di doverla pregare di apportare qualche ritocco alla Sua novella “Vecchi e giovani”, ma, a parte il fatto che essa tratta un tema un po’ sgradevole in questo momento in cui tanti giovani mariti sono in guerra lontani dalla moglie, sarebbe opportuno che ella modificasse i punti segnati a matita». Le posizioni assunte da Borelli circa le probabili ripercussioni di un elzeviro che racconta di un marito lontano dalla moglie per obblighi militari appaiono in linea con quelle dei responsabili delle maggiori testate nazionali durante il Ventennio. Essi non tarderanno a comprendere che per conquistare sempre maggiori fette di pubblico occorreva puntare non soltanto sull’informazione politica tout court bensì sull’intrattenimento culturale:«Imprimere una decisa sterzata verso la trattazione di temi popolari, trasmettere alle masse i valori positivi dell’ordine e del consenso, percorrendo la strada dell’agile intrattenimento».

© EDIZIONI EDES, SASSARI, 2016

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