La Nuova Sardegna

Franko B da Marras: «Le nostre cicatrici metafore della vita»

di Paolo Curreli
Franko B da Marras: «Le nostre cicatrici metafore della vita»

L’artista è famoso nel mondo per le sue performance crude Ad Alghero lavori più intimi che non perdono incisività

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ALGHERO. Antonio Marras apre lo spazio della sua boutique in piazza Civica ad Alghero all’arte contemporanea. Ieri ha inaugurato la mostra “Stitched heart 2” – che sarà visitabile da sabato 12 novembre 2016 al 17 gennaio 2017 – con i lavori di Franko B, personalità fondamentale della scena artistica internazionale con cui Marras ha un profondo legame di amicizia e condivisione. «Un legame basato su una sincera amicizia e una costante ricerca della poeticità che interroga incessantemente il mondo, gli oggetti, le dimensioni, gli scarti» precisa nel testo di presentazione la curatrice Francesca Alfano Miglietti.

Le performance provocatorie. Franko B nasce nel 1960 in Italia ma si sposta presto, nel ’79, a Londra dove studia belle arti. Le sue opere sono presenti in prestigiose istituzioni private e pubbliche. Sono state le sue performance, che avevano al centro dell’azione lo spargimento del proprio sangue, ad attirare l’attenzione del pubblico e della critica, azioni provocatorie con l’obiettivo di creare una meditazione sull’oppressione, il dogmatismo e l’abuso e la mortificazione dell’essere nel mondo di oggi.

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Ieri da Marras Franko B ha presentato ricami col filo su dei cartoncini; opere poetiche, essenziali, con i segni icona che sono quasi il suo marchio. Croci, peni da graffito infantile, semplici figure nei lavori più piccoli, sagome di militari, bambini soldati, teschi e volti in quelli più grandi. Sembra che l’azione sul corpo sia stata sostituita da una meditazione più interiore, la pelle sia sublimata nell’abito – i suoi ricami sono anche su magliette e vestiti – e la cicatrice diventi il meticoloso lavoro del ricamare che buca la superficie coi fili colorati.

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La meditazione dopo la protesta. «Dopo l’azione pubblica della protesta la ferita si trasforma nel colpo dell’ago, un’azione malinconica che non tradisce però la natura punk del suo lavoro», spiegava ieri Francesca Alfano Miglietti, critica e saggista d’arte, docente di Teorie e metodologie del contemporaneo all’Accademia di belle arti di Brera. «Il sanguinare non è più donazione ma una meditazione languida, più intima e solitaria. In questo modo – precisa ancora Alfano Miglietti – Franko B intercetta situazioni di lavoro ripetitivo, il ricamare è una azione comune nelle carceri e nei conventi, la follia è ripetizione e incapacità di concludere l’opera». Resta anche in questi lavori, che appaiono a volte persino teneri, una profonda critica all’istituzione totalizzante. Franko B si aggira e guarda, soddisfatto della mostra e dello spazio messo a disposizione da Marras.

Cicatrici come metafore. L’aggressivo boxeur in tuta dorata che picchia sul sacco egualmente dorato di una sua celebre performance, o l’uomo sofferente di che denuncia i dolori del mondo in “Milk and Blood” appare lontano. Franko B è un uomo empatico e disponibile, quasi affettuoso nello spiegare e parlare del suo lavoro. «Le cicatrici sono una metafora – dice – sono i segni di una presenza, oltre che fisica anche spirituale, dei dolori che tutti abbiamo dentro. Quando queste ferite possono parlare i conflitti passano. Siamo tutti “Walking Wounded”, “uomini feriti che camminano” come dice la canzone degli “Everything but the Girl”». Una visione personale, privata quella di Franko B, ma che guarda al mondo. «Il mio impegno è rivolto a tutta l’umanità, al di fuori del genere, degli orientamenti sessuali, del colore della pelle e della classe sociale – sottolinea l’artista –. L’identità personale è importante quando sei giovane e cerchi di affermare te stesso, poi diviene più importante il messaggio: tutti abbiamo il diritto di avere dei sogni e di realizzarli. Ma possono anche essere dei sogni sbagliati, indotti dalla società dei consumi. Invece i sogni devono migliorare l’umanità. La mia felicità personale è il fare, essere attivo, realizzare qualcosa sempre, essere padrone del mio tempo e gestirlo da solo. Avere la sensazione di non averlo sprecato».

Durante l’allestimento della mostra la boutique diventa il laboratorio formicolante che Marras, inarrestabile, riesce sempre a creare. Alghero dopo il grande lavoro per la mostra, che la Quadriennale di Milano gli ha dedicato, per lo stilista resta sempre “casa”.

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