Un Falstaff che convince a metà
Direzione buona ma cast non esaltante per l’opera di Verdi
CAGLIARI
I. ncentrato sull'Opera italiana, il cartellone del Lirico ne ha voluto rimarcare un auspicio: che sia dichiarata un giorno “Patrimonio dell'Umanità”. Ebbene, fra i titoli non poteva mancare l'ultima geniale fatica di Giuseppe Verdi: il Falstaf. Sorriso tanto sottile quanto profondo, con cui l'autore si accomiata per sempre da una lunga carriera di melodrammi ed eroici struggimenti, grazie al libretto shakespeariano che Boito distillò dalle “Allegre comari di Windsor”. L'allestimento, andato in scena venerdì (e replicato fino al 20 novembre), è una produzione del Lirico risalente al 2008. L'anno venturo potrebbe pure approdare al Regio di Torino. Mentre la sobria ed efficace regia di Daniele Abbado è ripresa da Boris Stetka. A dirigere quest'edizione ritroviamo Donato Renzetti. Lo stesso che ci accompagnò, con mano esperta, attraverso fiabe liriche quali “Stivaletti” o “Campana sommersa”. Nonché un apprezzabile “Nabucco”, diverse stagioni fa. Ma come se la cava col teatro burlesco e autunnale dell'ultimo Verdi? I risultati sono un po' disuguali. Diciamolo subito: legati forse anche a un cast non proprio eccezionale. La sua è direzione comunque spigliata, fresca; finanche vigorosa ma senza clangori; capace timbricamente di rifulgenti exploit così come di sapidi inscurimenti orchestrali. Lasciano più perplessi i tempi di volta in volta staccati. È vero che di continui “cambi di tempo” è disseminata la partitura. Ma gran parte della bellezza, in «Falstaff», sta nella giusta proporzione fra questi cambi agogici e metronomici. Proporzione che Renzetti non sempre azzecca. Andando incontro, magari, a certi limiti canori. Se poi, per avere un sir John “a tutto tondo” (non solo nella stazza) bastassero gestualità, presenza scenica e simpatia, quello di Roberto de Candia sarebbe insindacabilmente un capolavoro. Tuttavia, la verve del baritono pugliese non ha altrettanto riscontro sulla voce: discreto tecnicamente, ma nulla più; nessun virtuosismo espressivo, poche mezze voci, scarso canto a fior di labbro.
«Va', vecchio John» manca infatti d'ironia, leggerezza; e di converso il «Quand'ero paggio» rischia di diventar troppo macchietta. Anche il suo antagonista, Thomas Tatzl, che pure ha voce più stentorea e focosa, offre un Ford convincente sull'adirato monologo di Fontana, monotono su tutto il resto. Mentre ha una bella grana timbrica il Fenton di Marco Ciaponi, sebbene fatichi sulle note più acute.
Fra i comprimari maschili spicca Emanuele Cordaro, di robusta e piena vocalità, rendendo Pistola personaggio quasi altero. Deboli invece il Bardolfo di Bruno Lazzaretti, vibrato caracollante e timbro un po' fané; o lo "svogliato" Enrico Zara, pare un Cajus non risentito granché dei torti subiti. Alex Penda è un'Alice assai problematica, voce che va e viene, coperta sovente dall'orchestra. La Nannetta di Barbara Bargnesi, buona sul registro centrale, svanisce talvolta negli acuti. Dai suoni ingolatissimi la pur briosa Quickly di Agostina Smimmero. Squillante, ma acidula, la Meg di Chiara Amarù.
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