La Nuova Sardegna

L’arte di Antonio Marras: ironico incanto che anima gli oggetti

di Angiola Bellu
L’arte di Antonio Marras: ironico incanto che anima gli oggetti

Alla Triennale di Milano la rassegna dello stilista sardo Vestiti, installazioni e ricordi pescati in vecchi cassetti

4 MINUTI DI LETTURA





MILANO. “Nulla dies sine linea”: vita, diari, appunti di un uomo irrequieto, è la sorprendente mostra di Antonio Marras in corso alla Triennale di Milano fino al 21 gennaio 2017. Racconta le visioni di un artista che da sempre ha fatto del suo lavoro di stilista un dialogo continuo con le altre forme espressive smontandone i confini. Con questa esposizione ricchissima di opere e suggestioni, Marras va oltre la leggerezza preziosa ed effimera della moda, mettendo a nudo un’anima al tempo pudica e visionaria, attraverso il racconto di un cammino trentennale di “accumulo” creativo e di profondo rispetto verso i segni incisi, nella psiche come negli oggetti. Un inno alla vita e un doloroso omaggio alla morte, alla sua dignità.

«Mi piace in lui il modo di affrontare le cose – ci svela Francesca Alfano Miglietti, la curatrice dell'esibizione che ha fortemente voluto la mostra – Marras ha la necessità di far tornare in vita gli oggetti e li risignifica. Ha paura della morte, dei vuoti e tende a riempire moltissimo. E’ un poeta: riesce a vedere altro in una sedia vecchia come in un pezzo di stoffa». Alfano Miglietti è nota per aver organizzato mostre considerate molto estreme. «Sono semplicemente molto poetiche – spiega – Oggi siamo abituati al glamour anche nella violenza, invece questi artisti, Antonio è tra loro, ci parlano di vita, morte, amore, violenza e abbandono».

Marras interpella lo spettatore, lo aggancia all’ingresso, dove si è accolti da due installazioni che bisogna attraversare: una selva di giacche, su cui ha cucito dei campanacci, appesa sotto un enorme vecchio letto di ferro e, subito dopo, c'è il profumo della lavanda sprigionato da una spessa cortina di camicie bianche: «E’ come nella favola di Alice – Francesca Alfano Miglietti ci racconta le opere che introducono l’esposizione –. Sono le vecchie giacche appartenute a musicisti di un’orchestra viennese. Così continuano a contenere la musica. Le camicie bianche sono l’emblema della “testa alta”, della dignità. Pulizia e profumo di lavanda».

Lo spazio espositvo da enorme diventa intimo, ciascuna opera è auto illuminata da piccole lampadine che emanano una luce lieve, che invita ad avvicinarsi. «Perché Antonio vuole parlare con lo spettatore, uno alla volta». L’irrequietezza resa esplicita dal titolo della mostra «nasce dalla voglia di tenere tutto intorno a sé, la famiglia, la moglie i figli, i cani, gli amici in difficoltà. C'è questa idea un po’ patriarcale dello stare insieme – continua il suo racconto Alfano Migliatti – ed è uno di mare che, però, il mare lo guarda soltanto perché lavora tantissimo e non si concede mai niente».

Il mare che circonda la Sardegna è anche impossibilità; per attraversarlo bisogna nuotare e l’installazione “Poetico patetico”, in cui Marras avvolge in bendaggi vecchie forme per scarpe richiuse in casse di legno, emoziona per l'evidenza del sottile confine tra impossibilità e desiderio. In cima c’è un uomo-bambino che guarda con incanto e non può andare. L’ironia – velata di malinconia – è sempre presente: avvicinandoci all’insallazione “Colazione da Tiffany”, che da lontano pare la tavola di una una festa, scopriamo che poste su alzatine di cristallo tra i petali di rosa ci sono calchi di dentiere, non dolci. In “Chi ha paura della Maestra”, una classe di peluche risponde all’appello di una insegnante vecchio stile che ha già messo alla berlina in un angolo un enorme asino. Le “Malelingue” sono una cascata di lingue saettanti che sgorgano da una montanga di libri impilati.

Nel background artistico di Marras spiccano Maria Lai, Carol Rama, Egon Schiele. L’arte di Marras si commuove davanti al disagio, guarda verso l’altro, capendolo. La dimensione onirica delle creature magiche Janas è presente in “Iane”, in cui tante piccole fate-vestitini volano su una tela creata con Maria Lai, fatta di vecchie camicie da notte raccattate in un convento e ricamate con frasi di bambini.

Tra le oltre seicento opere esposte spiccano quelle dipinte sul retro di vecchi quadri: «Queste cornici sono state raccattate in giro. Molte sul retro hanno un altro lavoro. Antonio le ha girate tutte, a lui piace la costruzione, il comprendere come siano fatte le cose: lo stesso spirito che hanno i bambini che smontano un gioco». I ritratti “sul retro” sono sempre di persone “per bene”, valore antico e in disuso.

«L'arte ti insegna ad avere un giudizio sospeso: tutto quello che succede agli altri può succedere a te – l’idea dell’arte di Francesca Alfano Migliatti è senz’altro la stessa di Marras –. Ti insegna a vedere che c’è un altro. Alla fine ciò che tutti vogliamo di più è essere visti e amati».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative