«Gigi è un eroe rimasto intatto nella memoria»
“Riva e l’isola nel pallone” celebra il bomber. Gianni Mura racconta il suo Rombodituono
SASSARI. Gli uomini invecchiano, e gli eroi no. Gigi Riva è un distinto signore che ha appena compiuto 72 anni, Rombodituono è ancora sull’Olimpo del calcio italiano. Il bomber che ha regalato un sogno squassante alla Sardegna, il miglior marcatore di sempre con la maglia della nazionale, il calciatore capace di dire no alla Juventus, continua ad attraversare le generazioni con la stessa forza e contornato da un alone luminoso che non si appanna. “Riva e l’isola nel pallone” è il volume, allegato dell’Almanacco gallurese, curato dal giornalista Giovanni Gelsomino che raccoglie una serie di scritti, testimonianze e fotografie d’epoca che fissano un nuovo capitolo letterario sulla leggenda di Gigi Riva e dello scudetto vinto dal Cagliari nel 1970. Tra gli articoli c’è quello scritto dal giornalista di Repubblica Gianni Mura in occasione dei settant’anni del bomber di Leggiuno (intitolato “70 anni duri e felici - Gigi Riva, l’hombre vertical”) e nel quale una delle più autorevoli firme del giornalismo sportivo italiano confessa senza nascondersi il suo immenso rispetto per “Giggirriva”: «Quando giocava era una figura eroica, che affascinava un po’ tutti - spiega -. Giocando in una squadra sarda e avendo deciso di restare lì per sempre era facile l’accostamento con Amsicora. Quello che lo contraddistingue nel suo secondo tempo, quello lontano dal campo, è che una volta che Gigi Riva ha smesso di giocare ha smesso col calcio per davvero. Non si è mai sputtanato, non è mai andato in televisione a fare l’opinionista o la seconda voce. Ve lo immaginate su Facebook?».
La vita di Gigi Riva è affascinante anche per questo?
«Da calciatore, anche su scala mondiale, si mostra e si afferma a suon di gol e con la sua serietà. Smette un po’ presto, forse, anche perché paga un tributo di due gambe. E quando smette, lo fa sul serio. Sceglie la discrezione, il silenzio, continua a frequentare i soliti posti e i soliti amici. È come se avesse spento il sonoro e l’illuminazione, la sua leggenda calcistica resiste. Chiaramente l’uomo, come tutti, invecchia, però lo fa circondato se non dall’affetto, sicuramente dal rispetto di un’intera isola. Lui è uno che non si è buttato via, in questo è più fermo di un pastore prenuragico».
Riva per anni ha anche avuto un ruolo nello staff della nazionale: ce lo vedeva a fare da mediatore interno?
«Onestamente no, ma non gliel’ho mai detto. Io l’ho conosciuto come ribelle, uno come il Selvaggio di Marlon Brando. Uno che a cena improvvisamente si alzava, usciva e non sapevi se sarebbe tornato. Del resto già il suo soprannome Rombodituono, invenzione felice di Gianni Brera, presuppone di per sè una certa cupezza. Confesso che a lungo ho pensato che sarebbe morto giovane, lo immaginavo come l’eroe assunto al cielo su un carro di fuoco».
Avevate un rapporto particolare.
«Intanto lui non era uno facile coi giornalisti. Però mi rispettava e non abbiamo mai litigato, avevamo costruito un rapporto di fiducia. Avevo conosciuto la sorella, quando dovevo intervistarlo andavo a casa da lei e spesso Gigi non c’era, era uscito e non sapevamo quando e se sarebbe tornato. Aspettavo anche ore e alla fine diventai suo amico, a volte mi fermavo a pranzo anche se Gigi non rientrava. Un giorno mi mostrò i ritagli di giornale: lei era quella che teneva la rassegna sportiva, lui aveva conservato solo quelli della morte di Luigi Tenco e della tragedia del pilota Lorenzo Bandini, bruciato vivo durante una gara. Anche per questo ero convinto che sarebbe morto giovane come James Dean».
Esistono altre figure come quella di Gigi Riva nel calcio italiano?
«Non tantissime. Tra quelli vivi, uno con questa serietà che resterà per sempre è Dino Zoff. Per gli stessi motivi: la serietà e la lealtà. Riva è uno che ha lasciato due gambe sul campo, secondo me se vede qualche moviola di oggi e la gente che si butta appena viene sfiorata sta male. Lui giocava in un calcio dove gli attaccanti, per quanto si possa dire oggi, erano meno tutelati e i giocatori che menavano erano tanti».
Il record di 35 gol in 42 partite in nazionale, in tempi nei quali si giocava molto meno, prima o poi verrà battuto?
«Temo di sì ma non è questo il punto, è come parlare di Cipollini che ha superato Binda per numero di vittorie, quello che conta è altro. Il numero di gol è come l’insalata nel piatto, un contorno. Riva resterà irraggiungibile per altri motivi: era il silenzio che calava nello stadio ogni volta che tirava, era il Rombodituono, era l’attesa che garantiva per un qualcosa che solo lui poteva fare. Possiamo casomai chiederci che cosa sarebbe stato oggi, assistito da un Rajola. Non dico che avrebbe traslocato, ma avrebbe guadagnato cifre veramente importanti. I suoi erano anche tempi diversi. Nel 1988 alle Olimpiadi di Seoul mi disse: nessuno di noi aveva sponsor personali, dovevamo per forza dare tutto in campo. Oggi invece ci sono gli sponsor e i contratti pluriennali, bisogna gestirsi per durare negli anni».
Qual è la vera grandezza di Gigi Riva?
«La sua grandezza è l’essere rimasto intatto nella memoria, che lo fa entrare nella categoria degli “eroi giovani e belli”».
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