La Nuova Sardegna

“My generation”, gli anni ’70 raccontati da Igort

di Daniela Paba
“My generation”, gli anni ’70 raccontati da Igort

Tanto pubblico a “Pazza idea” per il primo romanzo che conferma il talento del fumettista sardo

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CAGLIARI. La sala del Ghetto si riempie in pochi minuti e molti resteranno in piedi. Per la prima di “My generation” sul palco di “Pazza Idea” si ritrovano amici d’infanzia, fan del fumetto e altri scrittori. Igort risponde a Renato Chioccia: Cagliari, vista dalla rocca fortificata, resta sfondo e motore dell’azione. «Mi interessava raccontare la mia famiglia sardo felliniana, dotata di un talento maldestro e compiaciuta della propria follia, e delle stelle polari che mi hanno formato nell’idea che bisogna essere imprendibili, l’idea del cangiante di Bowie e Lou Reed è anche la mia forma, i miei libri cambiano spesso per stile, per approccio al racconto».

Insieme al contenuto del mémoire, il libro ha, come sottolinea Renato Chioccia, la qualità del romanzo di formazione dal ritmo picaresco. «Per me questo libro è un inno alla gioia, è uno di quelli in cui mi sono divertito di più a scrivere. Un lettore mi ha ricordato che da ragazzo parlavo di Nietzsche indossando un caschetto da aviatore e un giubbotto di eguale colore. Cagliari era meravigliosamente sub tropicale con uno snobismo costiero nel quale se ti vestivi in certo modo ti urlavano dietro “O calloni”. A Londra i punk erano buoni rispetto agli allegroni che mia madre chiamava “i lellenetti”, delinquenti abituali già a otto anni. Uno di loro scalò mio fratello come un piccolo Nurejev, per colpirlo. Cagliari è una fonte inesauribile: sto scrivendo le elegie “de su crepa-crepa”, pratica dell’insulto ripetuto per fare imbufalire la persona al cubo. Sono tecniche che raccontate diventano epos puro, perché gli insulti sardi sono immaginifici».

Questo è un libro rock ’n-roll, ripete Igort. «Andai a Londra per vedere il punk, era una dimensione in cui la musica diventava identitaria. Attraverso Bowie, Lou Reed e Iggy Pop si scendeva nelle tenebre, altre narrazioni piombavano nella musica. Ancora oggi Bowie porta la fantascienza nella musica, Starman non è una canzone è un inno, io volevo andare via dalla Terra non dalla Sardegna, fare viaggi nella galassia. E Bowie lo consentiva vestito com’era, un’apparizione. L’idea che l’apparizione possa incarnare la tua vita da un nord tunisino». Tra i temi del festival torna quello della complessità e negli anni Settanta complessità e intelligenza andavano di moda. «In 2001 Odissea nello spazio o Solaris veniva raccontata l’esistenza non in chiave precotta, come accade oggi – spiega Igort –. All’epoca, dopo il film era obbligatorio il dibattito nel senso che ci mettevi due giorni per capire cosa avevi visto. Una dimensione potente del raccontare l’essere umano e soprattutto non era di moda pensare che la cosa è la cosa. Era chiaro a tutti che Apocalypse Now non era solo un film sul Vietnam, bisognava capire le strutture nascoste». Costruito come una mappa, My Generation è una cronaca disillusa.

«Una specie di esplorazione di quello che accadde, l’autodistruzione era un non detto che tutti noi sapevamo esistere; quell’autodistruzione avrebbe mangiato vivi i talenti della mia generazione come Tamburini, Pazienza e tanti altri qui e a Bologna. Questa dimensione non ci impediva di vedere la mercificazione del punk. Sforzarsi di essere intelligenti significa avere gli strumenti per capire il reale. Con Carlo Ginzburg a Napoli si parlava della necessità di rallentare per comprendere, di penetrare il segno che stai analizzando per capire cosa c’è dietro, a cosa si allude. Il racconto del non detto».

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