La Nuova Sardegna

Quando Oriente e Occidente dialogano nel segno di Faust

di Walter Porcedda
Quando Oriente e Occidente dialogano nel segno di Faust

Al Comunale audace rilettura del capolavoro di Goethe firmata da Anna Peschke Una scommessa vinta anche grazie agli straordinari attori dell’Opera di Pechino

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CAGLIARI. “Faust” delle meraviglie. Da seguire soprattutto con gli occhi, per non perdere un attimo, lasciandosi trasportare in un mondo sconosciuto e senza tempo da una gestualità fatta di azioni minime e precise, come momenti di un rituale. Lo spettacolo che ha aperto mercoledì al Teatro Massimo il circuito regionale del Cedac, una delle primissime date del tour italiano, è uno di quelli che non si dimenticano. Stravolge consuetudini di spettatori abituati a convenzionali allestimenti di prosa, eppure non fa sobbalzare. Conquista e convince con l'arte dell’incantamento mettendo in contatto un pubblico occidentale con la teatralità orientale antica del “Jingiù” – quella che in cinese indica l'Opera di Pechino – le cui origini risalirebbero al 618 dopo Cristo (in realtà sarebbero più lontane anche se la nascita ufficiale di questa forma scenica viene collocata nel Settecento).

Forma performativa, quella del “Jingiù”, in cui, accanto al canto e alla recitazione trovano spazio e dignità anche la danza, il mimo, l’acrobatica e le arti marziali. Un melange formidabile e unico che fece gridare al miracolo il grande mimo francese Marcel Marceau quando, nel 1955, l'Opera di Pechino approdò a Parigi per la prima volta («Artisti giunti come da un altro pianeta e che sfidavano le leggi di gravità offrivano uno spettacolo d’incredibile magia»). Ed ancora oggi in grado di emozionare e comunicare in modo diretto pur utilizzando linguaggi teatrali per lo più sconosciuti e lontani dalle nostre scene.

Una tradizione lontana e antichissima che viene in questo caso utilizzata per un insolito adattamento del celebre testo di Johann Wolfgang Goethe dalla giovane regista tedesca Anna Peschke – che ha già messo in scena un “Woyzeck” con questo tipo di attori – per una produzione targata Ert dell’Emilia Romagna (sempre in prima linea per allestimenti innovativi e di ricerca).

La regista usa attori/danzatori dalla gestualità perfetta, costumi affascinanti cambiati in scena e un repertorio musicale che mette assieme tradizione e ricerca contemporaea a cura di compositori di rango come Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman. Musiche che mescolano tradizione acustica ed elettrico, eseguite mirabilmente dal vivo da un ensemble che non solo accompagna ma fornisce sponda e cornice ai canti tonali, una colonna sonora indispensabile per dare il ritmo a uno spettacolo che sembra a tratti un susseguirsi di stupefacenti tableaux vivants dove il dramma goethiano con la vicenda del Faust tentato da Mefistofele e l'amore tragico per Margherita tende a sfumare in melodramma.

Scomparso quasi completamente il testo, ridotto ad essenzialità zen, azzerato l’approfondimento psicologico dei personaggi, il “Faust” diventa per sottrazione un archetipo, campo di battaglia per maschere dotate di magnetismo straordinario. L’azione scenica si concentra in duelli fatti di movimenti millimetrici da lasciare sbalorditi per la precisione, l’evocazione del teatro di ombre cinesi (l’amplesso tra Faust e Margherita) diventa pura poesia visiva come le sedie rosse sospese nel cielo. Fino all’ultimo atto, quello sì teatralissimo, del Faust disperato artefice di disgrazie e sventura che urla al cielo la propria disperazione. Grandissimi gli attori dell’Opera di Pechino protagonisti di un dramma sospeso tra Oriente ed Occidente che allude obliquamente alla nostra contemporaneità: Liu Dake, nei panni di Faust, Xu Megke, eccezionale Mefistofel, Zhao Huihui (Valentino) e l’incantevole Zhang Jiachun nel ruolo di Margherita. Drammaturgia di Li Meini.

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