Michela Murgia nei panni della scrittrice nuorese
Al Massimo di Cagliari il testo teatrale di Marcello Fois “Quasi Grazia”, appena pubblicato da Einaudi
Un pomeriggio ventoso a Nuoro, Grazia ha appena tredici anni: «A un certo punto una raffica spalancò una finestra, dalla scrivania di mio padre volarono dei fogli, erano poesie: mio padre scriveva poesie. Una parlava della tristezza di partire, dello strazio del distacco, un’altra parlava di cuori spezzati da promesse tradite... Mio padre. Ci credete? Da quale mondo le avesse prese non potevo spiegarmelo, ma capii che era il mondo in cui anche io volevo abitare. Lui si era dato il compito di salvarmi, capite? Lui deviava il mio sguardo ogni volta che si volgeva verso quella straordinaria sofferenza. Perché lui, mio padre, la conosceva fin troppo bene». Così la scrittrice, di cui si celebra ora il 90° del Nobel, nel secondo dei tre atti di cui si compone il testo teatrale scritto da Marcello Fois che Einaudi ha appena pubblicato con il titolo di “Quasi Grazia” (136 pagine 13 euro). La pièce, prodotta da Sardegna Teatro, andrà in scena al Massimo di Cagliari nella stagione 2017-2018 (ancora non c’è una data certa). Nella parte della Deledda reciterà Michela Murgia. La regia sarà affidata a Veronica Cruciani.
Di quel pomeriggio ventoso Grazia racconta a un giornalista svedese che la intervista prima della cerimonia di assegnazione del Nobel, nel dicembre del 1926. Il passo precedente, l’atto I, è il racconto della partenza di Grazia, nel febbraio del 1900, da Nuoro, il «paese del vento» dove nessuno capisce perché una donna vuole fare la scrittrice. La madre, come un coro che parla per tutta la comunità, s’incarica, nel testo di Fois, di spiegare le ragioni di quel «no» senza appello dal quale la figlia fugge via. Il passo finale, l’atto III compie invece un salto al novembre del 1935, nello studio medico dove a Grazia un medico dice che il tumore di cui è malata la condurrà senza scampo alla morte.
Tre movimenti, quindi: la fuga per non farsi annientare; l’apice del successo letterario e mondano; il sipario che si chiude con la certezza che tutto sta per spegnersi nelle tenebre. E al centro il tenero ricordo del padre che cerca di mettere al riparo la figlia dal dolore, dalla «straordinaria sofferenza», che la scrittura sempre comporta. Perché la scrittura – usiamola la parola, la letteratura – interroga una mancanza, un vuoto di senso che chi la pratica sa incolmabili. Al senso lo scrittore tende come il cacciatore bracca la preda. Ma la preda, alla fine, si rivela irraggiungibile. E forse nemmeno esiste. È perciò che quando a Palmiro Madesani, il marito della scrittrice, Fois fa chiedere a Grazia perché le sue storie non risolvano mai il grande dolore del mondo in qualche forma di riscatto, la scrittrice risponde: «Cerchi il miracolo Madesani, io lo so dove vuoi andare a parare. Lo so come fate voi uomini». La letteratura non fa miracoli. Non può fare a meno di cercare il senso, ma si arresta sempre davanti a una porta chiusa. Davanti a una soglia di solitudine. Nelle ultime battute prima del buio Grazia dice a Palmiro che il romanzo autobiografico che sta scrivendo (l’editore lo pubblicherà postumo con il titolo di “Cosima”) lei vuole intitolarlo “La chiesa della solitudine”. Non può che essere così.
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