Viaggio dentro l’anima di un personaggio detestabile
“Corri Coniglio” primo tassello della quadrilogia di John Updike Una scrittura densa che precipita il lettore nell’inferno dei protagonisti
John Updike pretende molto dal lettore del suo “Corri, Coniglio” (Einaudi, 420 pagine, 20 euro), opera a tratti estenuante nella sua densità, nella sua prosa, ma è molto anche quello che al lettore restituisce una volta concluso il romanzo, primo tassello della quadrilogia iniziata nel 1960 con protagonista Harry Angstrom detto, appunto, Coniglio.
Per la gran parte delle circa 400 pagine complessive l’autore della Pennsylvania non stacca mai o quasi l’obiettivo dal suo protagonista, ne segue ogni movimento fisico ? la fuga dal tetto coniugale, dove lascia un figlio di due anni e la moglie Janice incinta, poi dall’appartamento della temporanea compagna Ruth e infine, in maniera clamorosa, dal luogo e della situazione meno opportuni da cui darsela a gambe? ma soprattutto ogni minimo sussulto interiore: e non è facile star dietro a Coniglio, per il quale quanto detto o fatto in un certo istante ha sempre valore assoluto, totalizzante, ma solo fino all’istante successivo, quando contraddice sé stesso, consapevole ma incurante del dolore che le sue azioni possono provocare negli altri. Le profondità impressioniste della scrittura scaraventano il lettore continuamente dentro e fuori dal personaggio («L’automobile lo aspetta in Cherry Street con un’aria misteriosa nel fresco mezzogiorno primaverile; è come se una delle stanze di una casa di sua proprietà si fosse staccata per arenarsi accanto a quel marciapiede e adesso che la marea della notte si è ritirata fosse riemersa lì luccicante sulla sabbia, un po’ inclinata ma intatta; odora di gomma e polvere e metallo verniciato riscaldato dal sole: un fodero per il coltello che è lui stesso»), glielo fanno trovare detestabile a causa della sua insipienza, ma sono quelle stesse profondità che gli impediscono di staccarsene o di odiarlo per davvero: proprio come succede, nel racconto, a chi gli sta vicino.
Il vero tesoro del romanzo, ciò che ne fa capire la grandezza, risiede però altrove: precisamente, nel lungo passo al cui centro sta Janice, che, abbandonata per la seconda volta dal marito, è alle prese in contemporanea con una bambina di pochi giorni e con l’alcol. Updike qui cambia registro, e l’impressionismo lascia il campo a una secchezza descrittiva d’una tale perizia da lasciare attoniti: la confusione, la disperazione e la discesa agli inferi della donna diventano quelle del lettore, che se prima poteva dirsi prossimo a un carattere (Coniglio), ora non può che dirsi perfettamente calato in esso (Janice).
In conclusione, la scena torna a essere tutta di Harry. Che riprende a fuggire, dove non sa, purché sia lontano.
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