Nel profondo dell’anima Il mistero di Grazia Deledda
L’intervento di Alessandro Cadoni sul romanzo “Il segreto dell’uomo solitario” Nella maturità la scrittrice esplora le tematiche della nevrosi dell’individuo
Pubblichiamo l’intervento di Alessandro Cadoni, ricercatore dell’Università di Sassari, al convegno su Grazia Deledda ieri a Nuoro.
di ALESSANDRO CADONI
Già nel titolo, “Il segreto dell'uomo solitario” (1921), Grazia Deledda, forte lettrice di narrativa di genere, veicola il suo romanzo verso un’atmosfera misteriosa: d’un mistero, lo vedremo, che non presuppone alcunché di cruento, orientato a una catabasi nell’interiorità, in pagine di grande intensità psicologica alternate ad altre di narrativa sentimentale.
Cristiano, che aveva preteso di vivere in solitudine – senza rinunziare agli aiuti di Ghiana, domestica e amante –, vede minacciata la sua scelta quando un’altra casa sorge nel terreno di fronte alla sua. La siepe che protegge il suo terreno non assolve più al proprio compito quando la soglia viene violata dal cane dei nuovi vicini, a causa del cancello lasciato incautamente (inconsciamente) aperto. Gli incontri paiono, da ora, inevitabili.
Tutto ciò che aveva spinto l’uomo a rintanarsi nella solitudine di questo deserto marittimo, la fuga dalla città, dal lavoro, dai rapporti e dalle convenzioni sociali – il “segreto”, in sostanza –, è ora messo in crisi. Nello stesso tempo è messo in crisi il presupposto del suo percepirsi nel mondo che, si intuisce, prima della scelta romitica doveva essere stato ben differente. L’attualità dei suoi rapporti si basa tutta nel confronto puramente materiale con Ghiana.
Ora, con l’arrivo dei vicini (un’altra donna, Sarina, col marito, la serva e il cane), l’uomo è chiamato a una nuova prova. Nel rapporto con l’altro, inevitabilmente, Cristiano si vede «come in uno specchio»: così è apertamente rivelato nel secondo incontro tra lui e Sarina, costruito sull’alternanza tra dialoghi netti e misurati e l’affondo del narratore nelle reazioni e nei moti intimi del protagonista, il quale vede nella donna il rischio d’una perniciosa deviazione dal percorso scelto. In realtà già la prima apparizione di Sarina – una visione, aureolata nell’oscurità della notte deserta – gli svelava il bisogno, ancora latente ma ineliminabile, del contatto sociale e sentimentale. Questo moto contraddittorio d’attrazione e repulsione si rinfocola a causa della condizione di Sarina, costretta a ritirarsi in quel luogo isolato per tentare di giovare alla salute del marito Giorgio, molto più anziano di lei e colpito da una grave forma di nevrastenia. Solo dopo la morte di quest’ultimo, Cristiano, nel tentativo di sconfiggere il blocco psicologico, dichiara il suo sentimento a Sarina. La donna, che ha vissuto buona parte dei suoi anni migliori nella cura di un uomo ormai fuori di sé, ricambia con fervore. Ma c’è ancora un freno: Ghiana, che aveva annunciato di aspettare un bambino. Di pari passo, l’affannoso segreto continua a corrodere l’uomo dall’interno. In una sequenza che ha tutta l’intensità del tragico, non casualmente lavorata sulle parole chiave di orrore e pietà, Cristiano, deciso a guardare verso il futuro, apre a Sarina il proprio passato: dal rapporto con la madre – un affetto fortissimo e di lontano s. apore edipico – al matrimonio contratto per interesse con la figlia del loro benefattore, che aveva permesso ai due, orfano e vedova, di vivere agiatamente in un appartamento signorile e a Cristiano di studiare e laurearsi. È però questo matrimonio, l’allontanamento dal nido materno e la rottura di un idillio infantile, a gettare l’uomo in una profonda depressione che sfocia in violenza verso la consorte: «Io sono stato pazzo: così, almeno, affermava mia moglie, che mi fece prendere, mi fece chiudere in una casa di salute. Sono stato otto anni, nella casa di pena: finché lei è morta». La rivelazione rischia di raggelare le speranze del rapporto nascente: Sarina, che già ha sacrificato la sua vita per amore di un uomo schizofrenico, è atterrita dall’«ombra del passato».
I personaggi si specchiano, e la storia rischia di ripetersi. Per questo, nonostante un primo moto in cui la pietà sovrasta l’orrore, Sarina abbandonerà la casetta in riva al mare e i progetti di vita con Cristiano. Il quale «un giorno», così nel lapidario periodo conclusivo del romanzo, come sopito da un’atmosfera di delirio perennemente in scena, «passato il primo impeto di dolore e di sdegno, andò in cerca del suo bambino».
L’insistenza sulla tematica della nevrosi dell’individuo inscrive quest’opera nell’itinerario della maturità deleddiana, riconducibile a un certo modernismo. Unitamente, però, rinveniamo il sostrato ineliminabile di un simbolismo di forte intensità. In uno dei primi dialoghi tra Sarina e Cristiano, la donna, componendo una serie di suggestioni sparse da «Charcot a Freud, da Jung a Nietzsche» (Morace), affermava che i pazzi «sono più vicini di noi alla verità». Si aggiunga un’altra suggestione: Foucault, nelle folgoranti pagine dedicate al “Quijote” nel suo “Le parole e le cose”, sosteneva che il pazzo è colui che «non vede ovunque che somiglianze e segni della somiglianza». Pensiamo così alla fantasia zoomorfa del paesaggio che abita gli stati ansiosi di Cristiano, dove la descrizione del narratore è mediata dalla visione del protagonista: «Intanto sopravveniva l’autunno: la sabbia sembrava tabacco, il vento urlava di continuo, mostri, elefanti, grandi uccelli sinistri, cavalli selvaggi di nuvole si affacciavano incessantemente alla siepe».
Ecco, se è vero che la mania schizofrenica della somiglianza, quella che Foucault chiama omosemantismo, corrisponde a un avvicinamento alla verità, ci ritroviamo di fronte, ancora, a quel senso del vero inteso come tragica forza di annientamento (si pensi ad Annesa, protagonista dell’ “Edera”): dolore così inevitabile che anche l’ultimo sussulto d’affetto di Sarina, prima dell’abbandono, si presenta agli occhi di Cristiano come inequivocabile realtà, in una sequenza di periodi uniti dai due punti, refrain stilistico dell’epoca, ma qui efficacemente teso all’incatenamento allucinato dei pensieri dell’uomo: «E adesso pensi: egli è più vicino di me alla verità, e forse è meglio che io rimanga con lui: egli saprà darmi ancora e sempre la vera nutrizione della vita: il dolore».
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