La galleria di squinternati che ci aiuta a capire il mondo
Il “Repertorio dei matti della città di Cagliari” di Paolo Nori Piccole storie vere con protagoniste anche stranezze di personaggi “normali”
«Il matto viene prima dello scrittore, dell’astrologo, dell’alchimista; in qualche modo, è la figura archetipa, l’esempio che costoro imitano. Non ci sono matti migliori di altri; un matto è un capolavoro inutile, e non c’è altro da dire».
Prende avvio da qui, da una poesia di Giorgio Manganelli posta in epigrafe, quel piccolo, delizioso libro che è “Repertorio dei matti della città di Cagliari” (Marcos y Marcos, 174 pagine, 10 euro), frutto cartaceo di un seminario condotto da Paolo Nori nel capoluogo isolano tra il maggio e il luglio del 2015 e reso possibile grazie anche alle associazioni Malik e Asibiri, al quale hanno dato il loro contributo con le storie dei matti cittadini e della provincia in tredici.
Non si tratta, si badi bene, di una semplice galleria degli squinternati che oggi come ieri hanno attraversato vie e quartieri locali: si tratta piuttosto di dar vita a piccoli libri di storia – Nori ha proposto seminari dello stesso tipo a Bologna, Milano, Torino, Roma, Parma, Andria e Livorno, e da tutti ha originato un volume come quello dedicato a Cagliari –, «di una storia laterale e insignificante, ma che a noi interessa». Laterale sì, forse, ma di certo non insignificante: perché anche dalle vicende di chi sta ai margini o fuori della cosiddetta normalità si può desumere l’anima di una città e di chi la abita. E non solo, e magari anche più di questo: un simile repertorio, così impostato, con episodi veri e inventati di “matti” che si alternano a episodi che hanno avuto dei protagonisti “normali” che, per un motivo o per l’altro, hanno smarrito temporaneamente la logica e il senno, ci costringe a confrontarci il concetto stesso di normalità e con tutte le sue possibili sfumature.
Insomma: era matto l’Uomo Busta, che andava in giro con buste di plastica di ogni colore che non contenevano altro se non innumerevoli altre buste di plastica, o quel Presidente di Regione che, appena eletto, aveva letto il discorso di insediamento del suo collega lombardo e parlato di «undici province sarde»? Era matta la profetessa che diceva a tutti i ragazzini, immancabilmente, «Morirai giovane tra atroci sofferenze. Questa sarà l’ultima giornata di sole che vedrai», o quel tale che licenziò l’allenatore della squadra di cui era proprietario perché aveva mangiato una spigola da quattro chili, invocando per giunta la «giusta causa»?
Il dubbio, legittimo, resta. E resta, per chi vive in una città che ancora non ha il suo repertorio dei matti, il desiderio di averne presto uno: per porsi qualche interrogativo in più, e soprattutto comprendere meglio l’aria che tira attorno.
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