La Nuova Sardegna

Igort e Murakami Il romanzo sposa l’illustrazione

di Fabio Canessa
Igort e Murakami Il romanzo sposa l’illustrazione

Il disegnatore sardo interpreta per Einaudi storie non tradizionali dello scrittore giapponese

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SASSARI. Aspettando di poter pubblicare il suo prossimo romanzo, che in Giappone uscirà a febbraio, Einaudi sta facendo scoprire ai lettori italiani le prime opere di Haruki Murakami rimaste a lungo inedite fuori dal Paese del Sol Levante nonostante il successo internazionale dello scrittore. Un autore molto prolifico il cui stile unico si può ritrovare anche nel libro “Gli assalti alle panetterie”, l’ultimo pubblicato dalla casa editrice torinese. Un libro formato da due racconti, scritti in due periodi diversi degli anni Ottanta ma con lo stesso protagonista. Un volume arricchito dalle illustrazioni di Igort: «Murakami – sottolinea il disegnatore cagliaritano – ha un modo non tradizionale di svolgere il racconto, molto affascinante. Mi fa pensare un po’ al compositore Sakamoto, che apparentemente usa coordinate internazionali ma che poi nell’essenza è profondamente giapponese».

Questo lavoro com’è nato?

«Dall’Einaudi mi hanno chiesto se mi piaceva l’idea di illustrare il libro. Si parla di una rapina ma al posto del luogo mitico, delle banche o dei caveau delle gioiellerie, Murakami ironizza e racconta di un assalto a una panetteria. Niente di meno epico da illustrare, però spinto anche dal consiglio di Giorgio Amitrano, orientalista che conosce lo scrittore ed è stato il primo a tradurlo, ho accettato la sfida». Che metodo ha seguito durante la lavorazione?

«In questi casi, prima di tutto leggo con attenzione e sottolineo delle parti che mi sembrano più suggestive. In particolare però ho cercato qui di raccontare con le immagini i momenti che non si “vedono”. Per esempio lui descrive una sequenza in cui i protagonisti del secondo racconto si mettono in macchina e io ho raccontato un frammento in cui c’è lei che muove lo specchietto e viene fuori un riflesso, una specie di atmosfera sospesa. Ci sono dei momenti che non sono descritti con le parole e altri che ho interpretato liberamente. Gli occhiali dei personaggi per esempio non sono come li ho fatti io. Lui lavora con una visione ironica in cui demolisce dei topos narrativi. Però visivamente devi creare un fascino, per catturare il lettore».

In che modo ha trovato la chiave di lettura giusta per illustrare il libro?

«Come sempre, ti metti al tavolo e cominci a fare delle prove finché non scatta la scintilla. In questo caso è scattata pensando al cinema giapponese degli anni Cinquanta. Ho immaginato la cosa come fosse un noir di quelli prodotti dalla Nikkatsu in quel periodo».

Un genere, il noir, già affrontato in alcuni dei suoi libri più noti come “5 è il numero perfetto” e “Sinatra”. Esperienza che è stata utile anche per questo lavoro?

«Per me la sfida è sempre quella di cercare per quanto posso di non ripetermi, quindi dovevo inventare un nuovo modo di affrontare anche il noir. Così ho scelto l’acquerello e di usarlo in modo diverso, con tutte le sfumature. Mi interessava cercare un universo felpato, notturno. Adesso mi piacerebbe fare un’edizione limitata, un po’ particolare, per mostrare le illustrazioni in dimensioni maggiori rispetto a come si possono vedere nel libro. Sono grandi in realtà 50x35. E devo dire che disegno dopo disegno mi sono divertito a lasciarmi andare in queste atmosfere in bianco e nero».

In un paio di illustrazioni, però, domina l’azzurro. In quelle riguardanti le parti oniriche, quasi sempre presenti nei racconti di Murakami che a un certo punto scrive di una piccola barca e di un vulcano sul fondo del mare.

È stato difficile disegnare quel passaggio?

«In realtà no, è stata la cosa più facile. Perché noi abbiamo i ricordi dell’isola. Quelle sono le memorie tipiche di chi è nato in un posto circondato dal mare. Il Giappone è un arcipelago e loro hanno queste visioni, per questo la parte onirica è un sogno molto liquido fatto di una distesa d’acqua. Quando ho disegnato quei fondali pensavo a quelli di Alghero che ho conosciuto da bambino, alle gigantesche rocce sottomarine. Sono soddisfatto del risultato».

Anche Murakami ha apprezzato?

«All’inizio lui aveva approvato l’idea dell’Einaudi di farmi illustrare questa pubblicazione dopo aver visto il lavoro che avevo fatto con “Quaderni giapponesi”. Questo però è un libro totalmente diverso, e non è una mia storia. Dovevo trovare la lunghezza d’onda giusta per entrare nel suo racconto. Alla fine il risultato fortunatamente è piaciuto anche a Murakami».

Dopo questa collaborazione in differita, iniziativa dell’editore, è ipotizzabile in futuro un lavoro ideato insieme a Murakami?

«Potrebbe essere, perché no. L’idea di un racconto che possa nascere con lui devo dire mi intriga. È una persona molto solitaria e non è detto che accetti, ma questo lavoro per “Gli assalti alle panetterie” gli è piaciuto molto, quindi non si sa mai».

C’è qualcosa che vi accomuna?

«Per esempio so ama autori che anche io adoro. Come Carver e Dostoevskij. E poi a pensarci bene, lui ha anche raccontato l’attentato alla metropolitana di Tokyo del 1995 nel saggio “Underground”. E io in quel periodo abitavo in Giappone. Quegli ambienti, quella visione di Tokyo ce l’abbiamo in comune secondo me. Proprio la città potrebbe essere il nodo per affrontare un racconto insieme. Al momento però è solo fantasia, ma io non lo escludo».

Intanto adesso sta già lavorando a qualcos’altro?

«Ho ripreso in mano “Il vagabondo del manga” che sarà in pratica il secondo volume dei “Quaderni giapponesi”. La scorsa primavera sono tornato in Giappone per prendere nuovi appunti e ci sto lavorando».

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