La Nuova Sardegna

Il Lirico apre unendo sacro e profano di Mozart

di Gabriele Balloi
Il Lirico apre unendo sacro e profano di Mozart

A Cagliari Hansjörg Albrecht dirige il “Requiem” e la “Sinfonia n°25”, con un coro in grande spolvero

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CAGLIARI. Ha rotto il ghiaccio con Mozart la Stagione concertistica 2017. Unendo sacro e profano, al Teatro Lirico si è difatti esordito venerdì: da un lato, col celeberrimo “Requiem” e il “Kyrie in re minore K.341” e, dall’altro, con l’ugualmente nota “Sinfonia n°25”. A dirigere il tutto è tornato Hansjörg Albrecht. Già sul podio un anno fa con programma ben più eterogeneo e sostanzioso: “Settima Sinfonia” di Beethoven e la “Prima” di Shostakovich, non troppo convincenti a dire il vero; più due pagine corali – di nuovo Beethoven e poi Borodin – queste, invece, assai più riuscite.

E non è un caso a quanto pare. Perché, stavolta, ne abbiamo avuto la riprova. Il direttore tedesco sembra avere mano più felice nei grandi affreschi. Ragion per cui, probabilmente, ha ottenuto l’esito migliore nel Requiem mozartiano. Qui, diciamolo subito, protagonista assoluto è stato il Coro del Teatro Lirico, cui spetta ogni merito e plauso. Dopo una prova piuttosto buona nel “Trovatore” del mese scorso, lo ritroviamo adesso davvero in grande spolvero. Ottimo lavoro chiaramente hanno fatto sia Gaetano Mastroiaco a livello di preparazione esecutiva, sia Albrecht a livello di peculiare interpretazione. Con fraseggi ben cesellati, spesso impreziositi da efficaci “crescendo” o “diminuendo”, talvolta ridotti anche solo a certosine microforcelle di dinamica. Un gusto particolare poi per gli “staccati”, che ora suonano come taglienti sussulti, ora come sussurri acuminati. Oltretutto, nelle fughe e nei contrappunti più fitti diviene palese perché Albrecht sia direttore di organici con nomi associati a Bach (Münchner Bach-Chor, Bach-Orchester; Bach Collegium München): la scrittura barocca è il suo terreno ideale.

Di fatto, lo dimostra quel giusto equilibrio fra compattezza d’insieme e il nitido dipanarsi delle varie voci, nel mettere a fuoco soggetti e controsoggetti, la bellezza di certi passaggi dove l’intera massa corale ricava una pienezza marmorea, armonicamente screziata. Discreto il quartetto solistico: Angela Nisi (soprano), Marina Ogii (mezzosoprano), Davide Giusti (tenore) e Filippo Fontana (basso). Meno esaltante, magari, l’esecuzione del “Kyrie” o della “Sinfonia n.25”. Quest’ultima, in particolare, con risultati a tratti un po’ divergenti. Bello ad esempio il colore timbrico degli archi, vagamente brunito, bronzeo, nei primi movimenti, ma non sempre precisissimi nella concertazione fra i vari registri. È parso migliore l’impasto sonoro fra i legni. Mentre vera nota dolente, spiace dirlo, son stati gli ottoni, inspiegabilmente pesanti, invadenti, perfino con qualche occasionale strombazzamento. In generale è parso mancare un buon bilanciamento fra le famiglie strumentali e una maggiore ricercatezza di agogica e dinamica. Per qualche strano motivo, Albrecht non sembra altrettanto ispirato nella lettura del repertorio sinfonico.

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