La Nuova Sardegna

L’amore muore tra i cacciavite Gocce d’acido sul miele della Festa degli innamorati

di Emilia Agnesa
L’amore muore tra i cacciavite Gocce d’acido sul miele della Festa degli innamorati

Flavio Soriga e il gruppo degli “Scrittori da palco” oggi al Babeuf di Cagliari Un esercizio di resistenza spirituale alla giornata più sdolcinata dell’anno

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A quindici anni ho avuto la mia prima storia d’amore. Il mio primo amore. Sconvolgente, indimenticabile, disastroso. Lui era più grande di me, aveva letto un sacco di libri, visto un sacco di film, scriveva, guidava, fumava, ed era punk.

«Non è che domani facciamo qualcosa io e te?»

Lui rispose subito: «Adesso chiamo gli altri e per il dopocena andiamo in piazza Repubblica a suonare qualcosa. Carlo porta i bonghi e Luigi è tornato da Amsterdam».

«No no, intendevo… una serata io e te. Io e te e basta».

«Non ti piace come Carlo suona i bonghi?» «Ma no, è che vorrei stare da sola con te. Sai, non che mi interessi, ma è San Valentino e quindi...».

Mai l’avessi fatto. Lui scattò, mi disse che come al solito dovevo essermi fatta influenzare da qualche mia amica che mi aveva convinto a festeggiare quella festa così capitalistica, così intrisa di finzione, di parassitismo e nullità.

«Vuoi che ti accompagni al T-Hotel? Prenoto la suite? Champagne e caviale? E’ questo che vuoi? Io ti offro un amore libero, vero e tu vuoi conformarti, no?»

«Ma no! Il posto sceglilo pure tu, mi basta stare con te. Solo vorrei cercare di essere a casa prima della tre del mattino magari, domani ho interrogazione».

Seccato andò qualche passo avanti a me, sbuffò, rifletté e dopo pochi minuti disse dandomi le spalle: «Eh sia. Io e te».

Mi sentii sollevata, euforica, un’uscita normale! Che evento!

Il giorno dopo passò a prendermi, puntualissimo! Sembrava contento, sereno, io ero emozionata. Parlammo appena in macchina, io cercavo di mantenere la calma, non sarei voluta sembrare troppo frivola. Percorse Buoncammino, lentamente... Un aperitivo lì al tramonto? No, passò dritto oltre il carcere. Scese verso via Is Mirrionis e poi via Cadello... Una passeggiata al parco di Monteclaro? Magari aveva preso con sé degli asciugamani e fatto qualche sandwich per poter… No, superò anche Monteclaro. Arrivammo alla rotonda di via Cadello e lì iniziai ad avere il fiato corto. Sbiancai. Aveva intenzione di portarmi a Pirri? Non vogliatemene, ma Pirri non è certo Venezia, ha sì dei boulevard, dei canali, delle pizzerie, molte pizzerie, ma non è proprio il luogo in cui speravo di trascorrere la mia prima uscita “romantica”.

«Ma… Stiamo andando a Pirri?”, chiesi con un fil di voce.

«Più o meno», mi rispose lui sornione.

«Più o meno??!» squitii io.

«Siamo arrivati!” e, svoltando con una manovra eccessivamente disinvolta entrò in un parcheggio. «Eccoci arrivati!», disse gagliardo. L’insegna verde, bianca e azzurra troneggiava nel cielo arancione del tramonto. Un uomo in tuta verde e azzurra senza fattezze del viso definite si ergeva sopra di noi come un titano, un semidio che cercava di ascendere al cielo. Mi aveva portato da C-Fadda. C-Fadda. Il centro commerciale del “faidate”, del bricolage. Un girone dantesco per una quindicenne innamorata, speranzosa, in attesa del miracolo. Luci al neon, odore di legno trattato, di colla a presa rapida. Mi avesse portata a Calamosca e spinta giù per una scarpata avrei sentito meno dolore, meno delusione. Mestamente scesi dalla macchina e gli chiesi: «Ma... Perché siamo qui?». Prendendomi le mani rispose paterno: «Devo comprare del compensato per costruirmi un mobile. Volevo che fossi qui con me mentre sceglievo la giusta tonalità. E’ importante per me la tua opinione». Non sapevo che dire. Sorrisi. Come un agnello prima del macello quando il pastore gli dice: «E’ importante per me che tu sia tenero». Entrammo e i miei pensieri di rammarico e frustrazione si persero fra i tubi, i rubinetti, le chiavi inglesi, le manopole. Lui era in un brodo di giuggiole, credeva di aver esaudito il mio desiderio senza venir meno alla sua autarchia mobiliare e alla sua integerrima lotta alla banalità. Cercai di trovare un po’ di poesia nel nostro specchiarci in simultanea sulla porcellana di un bidet, o sulla fatidica scelta del compensato giusto, ma nulla. Mi ero arresa.

San Valentino al C-Fadda. Due ore, o forse tre, trascorsero così. Preso il maledetto compensato gli chiesi di riaccompagnarmi a casa, perché m’era passata voglia di andare a mangiare. Lui parve stupito, ma ricordandosi che il giorno dopo avevo interrogazione, pensò fosse una mia necessità da brava studentessa. E poi, la serata per lui era stata un tale successo che forse mi pensò troppo entusiasta per reggere altre emozioni. Prima di salire in macchina, carichi entrambi di buste di compensato, viti, martelli e altri congegni, mi chiese di fermarmi. Aveva un regalo per me. Mi caddero le buste per lo stupore: un regalo? A San Valentino? Allora era in grado di normalità e tutto quel pomeriggio era stato un inganno forse per qualcosa di più bello, di unico. Una scatolina impacchettata, raffinata, semplice, bellissima! La scartai con foga, ero io a fargli regali nelle varie feste comandate, lui era fervido sostenitore delle “sorprese inattese quando meno te lo aspetti” e molto spesso erano cose vive. Un regalo, impacchettato, in un giorno che sì, si poteva considerare una ricorrenza, mi lasciò esterrefatta. Il miracolo era compiuto?

Aprii infine la scatola e nuovamente rimandai il miracolo: una brugola. Piccola, argentata. Una brugola. «Così quando mi servirà per i miei mobili chiamerò te! Te e nessun altro!», mi disse trionfante. Sentii un forte fischio in testa, come quando stai per perdere i sensi, ma poi mi fu tutto chiaro.

«Ma no guarda, la brugola tienila tu. E’ bellissima, ma serve più a te che a me».

«La custodirò io per entrambi!», disse felice.

Se avevo così disperato bisogno di normalità, di semplicità, forse non potevo sopportare oltre le uscite senza senso, i pomeriggi da C-Fadda, le brugole. Il miracolo non sarebbe mai arrivato, ma la brugola aveva iniziato, con delicato lavorio, a svitare il mio amore nei confronti di quel bizzarro punk, che sempre ringrazierò, perché mi ha insegnato un sacco di cose. Anche a elevare C-Fadda a luogo delle rivelazioni, in cui acquistare la segatura con cui ricoprire una serata vomitevole.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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