«Il mio Tito Andronico recita in sardo»
Daniele Monachella parla della sua versione della tragedia di Shakespeare: «Una riflessione sulla brama di potere»
SASSARI. Tra le opere di Shakespeare è una di quelle meno rappresentate. Il “Tito Andronico” è una tragedia complessa, portata in scena da pochi ma grandi del teatro come Peter Brook, Aldo Trionfo, Gabriele Lavia, Peter Stein. Tra gli interpreti moderni si possono ricordare nel ruolo di Tito famosi attori come Laurence Olivier, Brian Cox, Anthony Sher e Anthony Hopkins. Una sfida difficile adattare questo lavoro giovanile del Bardo che adesso affronta l’attore e regista sassarese Daniele Monachella con un progetto di Mab Teatro, sostenuto dalla Fondazione di Sardegna e patrocinato dal Cedac. Una particolare versione in sardo, come si può intuire già dal titolo “Titu Andronicu. Sa mudadura”, che vedrà impegnati sul palco molti attori isolani: da Vanni Fois a Fausto Siddi, da Valentina Sulas a Gianluca Medas. Solo per citarne alcuni. Un ampio cast artistico, al quale va aggiunto lo staff tecnico, che si sta preparando al debutto in programma a Sassari il primo aprile. «L’azione – spiega Daniele Monachella – si sposta dalla Roma Imperiale a un’isola, idealmente la Sardegna. Un non luogo dominato dall’ambizione personale, dalla sete di potere, dalla violenza fine a se stessa che dà vita a una girandola di sangue. Una vicenda antica, ma con connotati moderni».
Che caratteristiche ha il “Tito Andronico” rispetto ad altre opere di Shakespeare?
«Si tratta di una tragedia giovanile che anticipa molti aspetti delle sue opere successive. Basta pensare ai personaggi. In fondo Tito Andronico è l’archetipo di Re Lear, Lucio di Amleto, Lavinia di Ofelia, Tamora di Lady Macbeth».
Cosa l’ha colpita in particolare del testo?
«La prima volta che lo lessi, una decina di anni fa, mi colpì subito la violenza di questo testo. E negli anni, rileggendolo, mentre si avvicinava la possibilità di metterlo in scena, mi sono reso conto sempre più della sua contemporaneità. Un testo che ha una veste antica, ma nell’azione verbale e scenica agisce come fosse oggi: siamo violenti verbalmente, fisicamente, mediaticamente. Mi piacerebbe che alla fine dello spettacolo il pubblico tornasse a casa con questa riflessione: perché tanta violenza, dove ci porta l’ambizione, la smania di potere, la voglia fine a se stessa di far male agli altri».
Come avete lavorato alla traduzione in sardo?
«Al traduttore, Mauro Piredda, ho fornito una versione in italiano e man mano ci siamo confrontati per trovare le soluzioni migliori dell’adattamento in lingua sarda comune. Anche per quanto riguarda i nomi dei personaggi. Tra i quali ce n’è uno che ho voluto inserire, Sabiu interpretato da Giampaolo Loddo, con il compito di fare un prologo pensato per introdurre lo spettatore nel mondo in cui si svolge la vicenda».
Quali difficoltà ha incontrato nel particolare processo di adattamento?
«È sicuramente un testo complesso, ma d’altra parte anche di una profonda semplicità nell’accezione migliore del termine. Shakespeare dà delle linee guida molto chiare, presenta quadri scenici ben precisi, la sua è parola per l’azione. Ti prende quindi per mano e basta seguirlo, fare tesoro delle proprie suggestioni per studiare il modo della messa in scena. Il messaggio contemporaneo mi ha permesso poi di trovare la chiave dell’adattamento e di proiettare la vicenda in un non luogo. Di trasportarla dalla Roma Imperiale a questo Dominariu dove, in forma più o meno celata, si possono ritrovare riferimenti alla Sardegna».
Cosa in particolare?
«Per esempio i costumi. Gli Andronicu avranno degli elmi ispirati ai Giganti di Mont’e Prama, Lavinia un abito violaceo simile a quello tradizionale di Sorso, Tamora un costume ispirato a quello di Bitti. Inoltre lo spettacolo non sarà soltanto teatrale, ma anche cinematografico. Seguirà un doppio binario. Su uno schermo verranno proiettare delle sequenze girate in esterno che diventeranno parti incastonate nella narrazione scenica».
Scene girate dove?
«All’Argentiera, Sorso, Sassari e Porto Torres. Con il montaggio cercheremo un equilibrio con la narrazione teatrale e la scenografia».
Ma il sottotitolo “Sa mudadura” quale significato vuole avere?
«Di cambiamento. Mai come in questa nostra epoca vediamo una mutazione verbale e se vogliamo anche fisica. In questo senso si inserisce la scelta di proporre un momento che richiama il carnevale di Orotelli, il volto annerito dalla fuliggine dei thurpos. Un rito di iniziazione ricordato nello spettacolo da un passaggio che vedrà Aronne dipingere la faccia di Chirone e Demetrio, figli di Tamora. Dopo questa scena cominceranno a uccidere».
Aronne è anche il personaggio che ha scelto di interpretare. Perché si è voluto ritagliare proprio quel ruolo?
«Perché è molto lontano dalle mie corde, agli antipodi. E per un attore diventa entusiasmante studiare questi personaggi. Mi ritengo una persona tranquilla, lontana da ogni tipo di macchinazione mentre Aronne è un traditore, privo di sentimento».
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