Angeli, ricami e archibugi: la magia del Barocco Andino
Fino al 16 marzo in esposizione a Sassari la pittura ancora vitale degli indios. L’affascinante sincretismo religioso creato dall’arte portata dai conquistadores
SASSARI. Angeli archibugieri, madonne esotiche, cherubini musicisti in un tripudio di pizzi, abiti di broccato e colori tropicali. Decine di affascinanti dipinti nella mostra inaugurata ieri, alla presenza dell’assessora alla cultura Raffaella Sau, nella sala Duce del Palazzo Ducale e visitabile fino al 16 marzo.
Una mostra sul Barocco Andino contemporaneo, a cura dell’associazione Tabula Rasa, che conferma la vitalità di questa affascinante digressione stilistica, temporale e geografica dell’arte occidentale. «Il Barocco con la sua capacità di raccontare attraverso lo stupore e la meraviglia resta attuale ancora oggi», sottolinea Riccardo Scotti che con Sabina Locatelli è il curatore della mostra. E la storia di come una delle forme più classiche della pittura occidentale sia arrivata fino agli altipiani andini è avvincente come l’arte che ha prodotto. All’inizio di tutto c’è un grande pittore manierista, di una certa notorietà, nato a Camerino ma dall’inconfondibile cognome sardo (un’origine ancora tutta da indagare): Bernardo Bitti, un artista gesuita che nel 1575 venne inviato in Perù per portare il vangelo attraverso l’arte. Sarà Bernardo a insegnare agli indios le tecniche della pittura europea. «Ma quelle popolazioni avevano già notevoli competenze legate alle arti visive, e la civiltà Inca ne è la testimonianza» precisa Riccardo Scotti. Il terreno è quindi fertile, e col passare degli anni si affermano le prime personalità come quella di Diego Quispe Tito.
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«Fu dalla metà del Seicento l’artista più famoso di Cuzco – racconta Scotti – introdusse il paesaggio con rigogliose vegetazioni, prospettive distorte e irreali, l’aggiunta di uccelli tropicali, tutti elementi iconografici che poi divennero caratteristici della Scuola di Cuzco». Dalla pittura manierista di Bitti si passa così a un Barocco fantasmagorico partorito dal fertile incontro con l’immaginario ancora impregnato dalle figure dell’olimpo precolombiano. Gli antichi dei sopravvivono sottotraccia in un sincretismo che è funzionale ai conquistadores e ai conquistati. «I primi studiano le divinità degli Inca, per poterci meglio sovrapporre i santi cattolici – spiega Scotti –, i secondi sono ben felici di rivolgere il loro culto alle potenze della natura che hanno sempre adorato, é così che la Vergine Maria diventa Pacha Mama, la Madre Terra e il suo abito triangolare richiama la montagna che dona il nutrimento».
Ancora più affascinante la metamorfosi iconografica e simbolica da cui nascono i ritratti degli angeli, e in mostra se ne possono ammirare notevoli esempi: sono i numi tutelari della casa, proteggono dal male e conservano la felicità, le figure si ispirano a fonti apocrife dei vangeli che i pittori indios interpretano in un florilegio di abiti militari da parata, ricami e alabarde, piume e bandiere.
L’iconografia meticcia si arricchisce ancora di più quando – ormai perdute le fonti primarie del catechismo cattolico – anche un manuale fiammingo per l’uso dell’archibugio diviene fonte di ispirazione. «Le varie posizioni per l’uso dell’arma, dal caricamento allo sparo – spiega Scotti – identificano gli angeli che per la cultura andina sono la rappresentazione degli spiriti benefici». Sulle pareti della sala Duce anche uno straordinario pezzo contemporaneo con San Giacomo “mata moros”.
«L’arte della pittura barocca andina è molto viva – precisa Sabina Locatelli – . I laboratori in Perù e Bolivia sono ancora molto prolifici e formati da artisti indios. Il metodo di produzione è quello della bottega artigiana con una divisione dei compiti standardizzata. Si entra da ragazzini e si comincia con la preparazione delle tele, prima di passare a compiti più impegnativi. I ricami sono quasi sempre affidati al virtuosismo delle donne, che si dedicano a questo compito delicato con pazienza e affidabilità. Ma ci sono, anche oggi come ieri, delle personalità che si esprimono in maniera più individuale e riconoscibile e che, per questo motivo, firmano le loro opere».
La mostra è aperta da lunedì a venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 16,30 alle 19,00; sabato dalle 10 alle 13; domenica chiuso. Sono previste visite guidate, l’ingresso è libero.
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