Raffaele Fiengo: «Il giornalismo minacciato da marketing e social»
La storica firma del Corriere oggi a Sassari per presentare il suo nuovo libro, “Il cuore del potere” «L’informazione di qualità premia anche sul piano dell’impresa, ma oggi a contare sono altri fattori»
SASSARI. Quarant’anni di Italia nella redazione del Corriere della Sera, quelli delle stragi e dei servizi deviati, della P2 e della mafia, di Craxi e di Berlusconi . E con una efficacia narrativa che completa la storia con la sensazione di viverla con le stesse emozioni che hanno indotto Raffaele Fiengo a cambiare titolo del suo libro. Doveva essere “Il luogo del potere”, ma al momento di stamparlo con Chiarelettere è diventato “Il cuore del potere”, dove “cuore” ha la doppia accezione di luogo e di passione: la passione nel difendere il luogo dove poteri palesi e occulti si concentravano alla conquista di un’icona del giornalismo italiano. Fiengo (al Corriere dal 1968, ora docente universitario) è uno degli storici esponenti del sindacalismo alto, quello fatto di rivendicazioni che parlano di libertà di informazione.
Il potere voleva il Corriere e scoprire nel tuo libro i modi usati per conquistarlo per un giornalista è come spalancare una botola sull’inferno. Ma che cos’è il potere?
«Il potere nelle democrazie è la capacità di portare a sintesi le regole di convivenza di una comunità. Purtroppo ci sono deviazioni, pressioni e condizionamenti che determinano lo spostamento dell’esercizio del potere dalle proprie sedi naturali e legittime. In questi contesti deviati è conseguente il tentativo di controllare i media, che hanno la fondamentale funzione di creare e mantenere le condizioni di diffusione dei saperi».
Non c’è solo il condizionamento evidente di massonerie deviate, di uomini, partiti, di gruppi economici. Tu parli di un moderno capestro persino più insidioso che incombe sull’informazione.
«È la sostanziale alterazione dell'equilibrio tra alcuni degli elementi che regolano la vita dei moderni media interagendo con l’informazione: pubblicità, marketing e social network. La pubblicità non è più separata ma integrata nella notizia, quella che si chiama “pubblicità nativa”, sempre più fisiologica nel nuovo assetto dell’impresa. Le esigenze di marketing, poi, in assenza di un primato del giornalismo portano ad aberrazioni: a esempio la scelta obbligata di determinate parole per un titolo perché giudicate gradite alla maggioranza anche se vano a discapito della corretta informazione. Infine i social, dove il numero di click conta più di ogni altra cosa nel determinare la gerarchia delle notizie. Ci sono sistemi sofisticati che decidono autonomamente quali notizie andranno dal sito online su Facebook solo in base al numero di click ottenuti sulla home page».
Al New York Times lo hanno abolito.
«Proprio così: si sono resi conto che la ripartizione automatica dell’opinione corrente, sottratta a qualsiasi valutazione professionale da parte dei giornalisti sull’importanza reale della notizia, alla fine non generava prodotti vendibili».
Il senso è che il buon giornalismo premia anche sul piano dell'impresa?
«Se l’impresa editoriale ha unicamente questo scopo, non ci sono dubbi. Diciamo che era molto più chiaro prima, quando il giornalismo di qualità era un fattore immediatamente decisivo per il successo della stessa impresa. Ora conta la quantità e questo significa mettere in circolo acqua poco pulita. A Bali c’è una cooperativa di coltivatori di riso che condividono l’acqua e il presidente è sempre il proprietario dell’ultima risaia raggiunta dai canali, in modo che questi abbia interesse a controllare che l’acqua arrivi dappertutto e sia pulita. Ora l’acqua dell’informazione non circola in maniera uniforme e non sempre è pura. I discorsi da bar sono ammessi perché qualificati e circoscritti nel luogo in cui avvengono, ma se esondano nei media rischiano di provocare grossi guai».
Ti riferisci al populismo?
«Anche. Quando ho concluso il libro ho parlato di questo tema pensando alla Brexit e ai canali di informazione distorta che hanno portato a quel risultato. Ma subito dopo, a confermarlo in maniera anche più clamorosa c’è stata l'elezione di Donald Trump. Da giovedì scorso sotto la testata del Washington Post compare un nuovo motto: “Democracy dies in darkness”».
Sembra un horror: «La democrazia muore nell'oscurità». Credi che corriamo gli stessi rischi?
«Direi che l’Italia ha più anticorpi nella società civile. Da noi come un contadino riesce a ristrutturare il proprio casolare con un gusto non inferiore a quello dell’architetto e con grande rispetto per ambiente e paesaggio, così grandi parti di società riescono infine a sopperire alla circolazione non corretta delle informazioni».
Trovi che la denuncia dei rischi del populismo in Italia non sia efficace?
«Non quanto dovrebbe. I giornali volendo sarebbero molto più liberi del potere politico di denunciare a esempio gli immani rischi di una dissoluzione dell’Europa anche andando contro certi diffusi sentimenti irrazionali di cui la politica ha invece paura».
E la contiguità storica con il potere di noi giornalisti italiani?
«Devo darti ragione, della nostra storia fa parte anche una diffusa visione più aristocratica che democratica e forse la nostra funzione essenziale, che è quella di diffondere la conoscenza, non è mai stata troppo sentita».
È il potere a limitarci nella nostra funzione di cani da guardia contro il potere?
«Ora più che altro i nuovi poteri. Uno è la pubblicità preponderante sul giornalismo. In questo contesto di squilibrio, per noi sarà sempre più difficile essere obiettivi, evitare l’autocensura, per citare un caso qualsiasi, nel denunciare le carenze di una ditta che fa pubblicità nella nostra testata e che offre servizi di carattere pubblico: trasporti, comunicazioni o altri settori sociali fondamentali».
Non trovi curioso che l’assalto della P2 al Corriere sia cominciato dalla Cultura?
«A quei tempi mi sarei aspettato le pagine di politica in cima alla lista. Ma capii subito che cambiando quelle di cultura si riesce a cambiare tutto il giornale».
Nel tuo libro parli di un canarino in gabbia.
«È quello che portavano i minatori per individuare il grisù. Se il canarino dava segni di soffocamento c’era pericolo. Se l’informazione dà segni di soffocamento, la democrazia è in pericolo. E non è una divertente figura retorica. È una cosa drammaticamente concreta».
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