La Nuova Sardegna

L’esotismo d’oltremare che affascinò i sardi

di Paolo Curreli

Si inaugura oggi a Sassari un ricco allestimento: l’ispirazione delle terre lontane per gli artisti nati nell’arcaica Sardegna

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di Paolo Curreli

SASSARI

Continua il progetto Arte condivisa in Sardegna che propone il vastissimo patrimonio di 25 fra istituzioni pubbliche e private ed enti. Nuova tappa a Sassari con “Altri esotismi. Artisti sardi e orientalismo”, mostra che sarà inaugurata oggi alle 18 a Sassari, e visitabile fino al 15 giugno, nel museo dell’arte del Novecento e del contemporaneo nell’ex Carmelo in viale Umberto. Focus davvero stimolante della mostra, curata da Maria Paola Dettori, il periodo tra Ottocento e Novecento, epoca fondamentale per l’affermazione dell’egemonia occidentale e la contemporanea fascinazione per le culture lontane che per gli artisti diventano fonte di ispirazione e fuga dallo spirito dominante. Sarà proprio questo fascino a portare alla rivoluzione dei primi del Novecento, quando i pittori europei visiteranno le esposizioni di arte esotica e il cortocircuito tra culture scatenerà l’energia che cambierà per sempre lo sguardo dell’arte.

L’Italia dell’epoca è una giovane nazione contadina che cerca un “posto al sole” tra le grandi potenze, e la mostra illustra la parabola che dalla Belle Époque, degli ultimi scorci dell’Ottocento, porterà al disastro del fascismo. La Sardegna ha in questo periodo un ruolo del tutto particolare: terra esotica raccontata in maniera alta – Grazia Deledda nasce nel 1871– ma anche universo arretrato abitato da una «razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, (…) dovrebbe essere trattata ugualmente col ferro e col fuoco, dannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa, dell’Australia» come scrive l’antropologo Alfredo Niceforo nato nel 1876. La Prima Guerra mondiale riscatterà, a costo di un enorme bagno di sangue, la “razza criminale” diventata nella propaganda “un popolo di eroi”.

«La Sardegna viene vista come un territorio da colonizzare – conferma la curatrice Maria Paola Dettori –, in mostra abbiamo un raro libretto dove si propone di intervenire nell’isola invece che invadere la Libia. C’è la mitologia del “safari” , della “caccia grossa” nei territori lontani e Caccia grossa è intitolato il libro di memorie di Becchi, ufficiale in servizio antibanditismo in Barbagia ai primi del Novecento. Gli artisti concentrano l’acutezza del loro sguardo sul primitivismo e sulla arcaicità dentro e fuori dall’isola».

Questa parabola epocale va tenuta presente nella mostra che la Fondazione di Sardegna e il Comune di Sassari propongono attraverso un viaggio lungo cento anni che racconta il dualismo della fascinazione delle tradizioni isolane e la ricerca dei colori e delle atmosfere d’oltremare in Nord Africa, sulla scia di tanti pittori europei: Matisse sarà in Marocco nel 1906, Klee, Macke e Moilliet andranno in Tunisia (costeggiando la Sardegna) nel 1914 e Giuseppe Biasi avrà il “periodo africano” nel 1924. «Una grande scoperta è il lavoro pionieristico di Marius Ledda, pittore cagliaritano cronista di guerra a Tripoli già nel 1911 durante l’invasione della Libia» spiega Maria Paola Dettori. Che precisa nel testo di presentazione: «La mostra racconta anche una Sardegna che da meta di viaggio come facile luogo esotico, ora scopre gli esotismi degli altri: è lo sguardo attraverso un cannocchiale rovesciato, che cerca l’ “altrove” lontano dal proprio mondo, che allora già si avviava, lentamente ma inesorabilmente, al cambiamento». Una esposizione ricca di scoperte che propone non solo l’opera africana di Biasi ma anche Giovanni Marghinotti e il sogno risorgimentale, la Tripolitania di Melkiorre Melis, i trionfi coloniali di Cesare Cabras, e gli scorci assolati di Bengasi di Mario Delitala. Insieme alla pittura il bestiario di bronzo di Albino Manca, le foto di Giacomo Agnesa e i raffinati costumi di scena del tenore Bernardo De Muro.

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