La Nuova Sardegna

Buffa, fuoriclasse anche sul palcoscenico

di Roberto Sanna
Buffa, fuoriclasse anche sul palcoscenico

Milleduecento spettatori per la pièce portata in scena dal commentatore di Sky e incentrata sui Giochi più controversi

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SASSARI. Il grande affabulatore, l’uomo che ha inventato un genere in televisione romanzando nei suoi monologhi le gesta dei campioni e delle grandi squadre, fa la differenza anche a teatro. Quando, dopo un’ora di una pièce cucita su misura sulle sue capacità di tenere il palcoscenico pur senza un passato di attore alle spalle, Federico Buffa si è messo a cavalcioni di una sedia sul bordo del palcoscenico, al Teatro Comunale l’aria si è fatta elettrica come quando un centravanti comincia la rincorsa per il calcio di rigore che decide la partita. In fondo erano tutti lì per quello, per un’ora erano stati accompagnati con garbo da parole, filmati d’epoca e musica d’atmosfera, la tensione era salita lentamente. Era arrivata l’ora del Racconto, quello delle Olimpiadi di Berlino 1936 viste con gli occhi di Jesse Owens. Un racconto che ha fatto trattenere il fiato alle milleduecento persone che avevano gremito le poltrone.

Atmosfera d’epoca. Un caffè spoglio della Berlino degli anni Cinquanta, un pianista, un suonatore di fisarmonica, una cantante. Luci soffuse, Federico Buffa entra in scena. Ma non è lui, è Wolgang Fürstner, comandante del villaggio olimpico. L’Io narrante di questa rappresentazione, il personaggio che racconta come sono nati i Giochi olimpici più controversi. Olimpiadi che a noi sono state tramandate secondo la narrazione dei vincitori e invece Buffa ha rivisitato sul palco(130 repliche) e nel libro “L’ultima estate di Berlino”. «Dopo Berlino 1936 niente è stato più come prima - ha detto poco prima di andare in scena dialogando col pubblico nella presentazione del libro -. Ci sono tre elementi innovativi che ritroveremo nel tempo, fino ai giorni nostri: la spettacolarizzazione dell’evento, l’utilizzo dello sport per altri fini e il doping di Stato. Sono Olimpiadi che, con quelle precedenti del 1932 a Los Angeles, non c’entrano niente». E durante la recita, alle sue spalle, le immagini del film celebrativo di quell’evento: “Olympia”, di Leni Riefenstahl. Regista che si diceva fosse una delle amanti di Adolf Hitler e grazie a quello potè piazzare telecamere e realizzare quello che viene definito il capostipite dei documentari sportivi: per la prima volta si videro primi piani estremi e binari nello stadio per fotografare la folla. «Quando su Sky vedete i primi piani del sudore dei giocatori o i fili d’erba del campo - ha detto Buffa -, sappiate che tutto è cominciato a Berlino nel 1936». “Olympia” è un documentario pazzesco, certamente poco condivisibile dal punto di vista politico, ma indubbiamente rivoluzionario. E Wolgang Fürstner ha raccontato la genesi e la partenza di quelle olimpiadi alternandosi con le parti musicali dell’evocativa colonna sonora curata da Alessandro Nidi (al pianoforte) con Nadio Marenco alla fisarmonica e la cantante Cecilia Gragnani .

La rivisitazione. Quando Federico Buffa posa la sedia sul palco e abbandona i panni dell’ufficiale tedesco indossando quelli del grande affabulatore, gli spettatori scoprono che Jesse Owens in quei giorni a Berlino non si è trovato così male, tanto che il suo rapporto con Hitler resta da chiarire. Limpido invece quello col suo rivale della gara di salto in lungo, Luz Long, esponente della borghesia di Lipsia: «Qualunque cosa succeda, noi resteremo amici» è il patto che i due stringono al villaggio olimpico. Lo manterranno, tanto che tutt’oggi le loro famiglie sono ancora in contatto. Quello che Jesse Owens non si aspettava era l’accoglienza in patria. A lungo aspetterà, invano, un telegramma di congratulazioni da parte del presidente Franklin D. Roosevelt. E invano cercherà di trovare alloggio insieme alla famiglia negli alberghi di New York: «Qui da noi i negri non entrano» è la risposta. Alla fine troverà, a fatica, una stanza nello storico Pennsylvania Hotel di fronte al Madison Square Garden, ma a un patto: utilizzare solo l’ingresso di servizio. Quelle quattro medaglie d’oro riportate da Berlino ormai valevano zero. Anche se, nel 2013, una verrà battuta all’asta per un milione e quattrocentomila dollari. Ma Jesse Owens era già morto da tempo. E poi c’è la storia di Sohn Kee-Chung, atleta della Corea occupata, costretto a correre per la bandiera giapponese col nome di con il nome di Son Kitei. Vincerà la maratona con la morte nel cuore. È successo anche questo, nelle Olimpiadi più controverse della storia. Nelle quali Wolfgang Fürstner, eroe di guerra insignito con la Croce di ferro, verrà destituito dall’incarico per via delle sue origini ebree e si suiciderà. Per una notte anche lui ha ripreso vita sul palco del Teatro Comunale, uscendo di scena sulle note della canzone “Lilì Marlene”.

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