Quegli sprechi che favorirono Bin Laden
Il regista Moser: «Una storia vera di avidità, corruzione e interessi economici ai vertici dell’agenzia di sicurezza Usa»
SASSARI. «Holy shit!». Alla domanda sul ricordo del primo incontro con Bill Binney, protagonista del suo documentario, Friedrich Moser comincia a rispondere con una colorita espressione in inglese che ben chiarisce lo stupore provato di fronte alle rivelazioni dell'ex direttore tecnico della Nsa (l'Agenzia di sicurezza nazionale statunitense). La stessa sorpresa, amara, restituita allo spettatore dalla visione di “A Good American” che racconta come Binney con la sua squadra avesse sviluppato ThinThread, un programma di sorveglianza capace di captare qualsiasi segnale elettronico sulla Terra, filtrarlo e fornire risultati in tempo reale, il tutto senza invadere la privacy delle persone. Un programma quasi perfetto, che avrebbe potuto scongiurare gli attacchi dell'11 settembre 2001. Era però troppo economico per gli avidi vertici della Nsa che decisero di ostacolarne lo sviluppo, preferendo favorire un altro progetto: multimilionario e fallimentare. Dal 2 marzo il documentario è arrivato nei cinema italiani, grazie alla casa di distribuzione friulana Arch Film con la quale collabora, per la promozione del film nelle sale, anche la sassarese Grazia Porqueddu. Nei giorni scorsi anteprima a Roma, presente anche il regista Friedrich Moser. Austriaco, laurea in storia, giornalista prima di diventare un filmmaker con all'attivo già diversi documentari tra i quali spicca “The Brussels Business” sulle attività di lobby nella capitale del Belgio.
Moser, quando si parla di servizi segreti si pensa sempre a film di spionaggio e non a documentari. Da dove nasce l'idea per la realizzazione di “A Good American”?
«In parte proprio da questo. Tutti amano i film di spionaggio, ma non conoscevo nessun documentario sulla vita e la carriera professionale di qualcuno che ha lavorato nei servizi segreti. Così ho pensato al progetto del ritratto di una spia. Inoltre, dopo le rivelazioni di Snowden sui programmi di sorveglianza di massa ho cominciato a chiedermi com'eravamo arrivati in quella situazione, a quel livello di controllo così alto che in qualche modo fa di tutti noi dei sospetti e compromette alcuni fondamentali principi democratici».
E poi ha incontrato Bill Binney. Ha accettato subito la proposta di un documentario su di lui?
«Sapevo che per tanti anni aveva lavorato per la Nsa. Così gli ho chiesto se era disposto a fare un documentario sulla sua vita e la sua carriera e ha accettato subito. Era l'agosto del 2013, due mesi dopo le rivelazioni di Snowden. Così a ottobre l'ho invitato a Vienna, per fare le prime interviste e cercare di capire meglio anche io come funzionavano il sistema di sorveglianza e i principi dei servizi di Intelligence. In quella occasione Bill ha a iniziato a parlarmi di ThinThread. Era la prima volta che sentivo parlare di questo programma e sono rimasto esterrefatto. Non potevo credere che nessun giornalista e filmmaker americano avesse raccontato quella storia di interessi economici, sprechi e corruzione, con un legame anche agli attacchi terroristici dell'11 settembre».
Dopo aver sentito Binney, quali altre ricerche ha svolto?
«Ho cercato conferme, di verificare la sua storia. Sono entrato quindi in contatto con dei membri della squadra della Nsa che con lui avevano sviluppato questo programma e anche con persone non coinvolte nella creazione di ThinThread, ma comunque legate alla vicenda. Come Diane Roark che ha lavorato per anni, con un ruolo di primo piano, nella commissione dei servizi segreti alla Camera dei rappresentanti, uno dei due rami del Congresso degli Stati Uniti. Molto importante per me, anche dal punto di vista legale, è poi l'esistenza di un report del Pentagono sulla vicenda. Ovviamente ho provato a intervistare anche le persone che avevano dismesso il programma di Binney, a cominciare dal generale Michael Hayden, ma non ho avuto risposte».
E oggi, oltre alla difficoltà di intercettare i terroristi, sembra che siamo tutti sorvegliati.
«Il mio film mostra che esiste un'alternativa alla sorveglianza massiccia di cui siamo oggetto. Si può immaginare come un sistema radar in autostrada: viene visto tutto il traffico, ma si segnalano solo quelli che superano i limiti, che non rispettano le regole. Lo stesso principio del programma di Bill Binney: c'è un sistema di monitoraggio, di sorveglianza, ma è molto meno invasivo».
Ma quanto è stato difficile raccontare questa storia, dare al documentario anche un taglio cinematografico?
«È stato molto complesso, anche perché non avevamo a disposizione materiale d'archivio. Non esiste alcuna fotografia o dei video di Binney al lavoro. Era ovviamente tutto segreto. Abbiamo quindi in parte utilizzato delle ricostruzioni drammatiche, senza voler imitare film di fiction, ma soltanto per dare il senso dell'epoca e del mestiere svolto dal protagonista in tanti anni nella Nsa. Inoltre è un documentario che raccoglie più storie: la spina dorsale è il racconto dello sviluppo del programma ThinThread, ma va di pari passo con la storia della beautiful mind di questo geniale crittografo e della sua amicizia con i colleghi che vengono intervistati nel film. Non è stato facile mettere insieme tutto e infatti la fase di montaggio è durata circa un anno».
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