La Nuova Sardegna

«L’intramontabile fascino del genere noir»

di Roberto Sanna
«L’intramontabile fascino del genere noir»

Lo scrittore emiliano oggi a Ozieri e domani ad Alghero con lo spettacolo “Controcanti-L'Opera buffa della censura”

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SASSARI. Tre artisti alla ricerca di un rifugio, inseguiti e perseguitati dagli uomini di un regime vessatorio, trovano riparo in uno scantinato nel quale scopromo un microfono e una vecchia radio oltre a reperti di epoca fascista. In pratica sono capitati in un locale un tempo sede di un’emittente clandestina o quantomeno il rifugio degli oppositori di quel regime. È l’inizio di “Controcanti/ L'Opera buffa della censura”, spettacolo che il principe del noir italiano Carlo Lucarelli porterà in scena in un doppio appuntamento oggi a Ozieri (alle 21 al Teatro “Oriana Fallaci”) e domani ad Alghero (sempre alle 21 al Teatro comunale) nell’ambito del circuito di prosa del Cedac. Lo scrittore emiliano, inoltre, domani ad Alghero farà tappa anche alla Libreria Cyrano alle 17 per incontrare, assieme a Nadia Rondello, i lettori in un firmacopie del suo ultimo romanzo “Intrigo italiano” scritto per Einaudi e nel quale ripropone uno dei suoi personaggi più popolari, il commissario De Luca. Lo spettacolo affronta invece in maniera insolita, o quantomeno particolare, un tema spesso radioattivo: «Vogliamo riflettere e portare in scena con la musica l’argomento della censura, utilizzando anche la finzione di un luogo inventato. Io sto sul palco e racconto, accompagnato da due musicisti, Marco Caronna e Alessandro Nidi».

Il tema è delicato: la censura esiste ancora o la si invoca a sproposito?

«La censura esiste, è sempre esistita, abbiamo visto chiari esempi anche nel regime fascista, negli anni Cinquanta e oltre. Possiamo anche dire che in alcuni regimi è dichiarata e anche senza particolari problemi. In questi casi possiamo parlare di un tipo di censura piuttosto rigorosa e per certi versi anche ridicola. Poi c’è anche un altro tipo di censura, più subdola».

Quale?

«Quella dettata dalla convenienza. Significa che non c’è l’ordine preciso di non fare una determinata cosa, però in qualche modo ti fanno capire che sarebbe meglio lasciar perdere perché poi le conseguenze potrebbero esseres piacevoli. E non sto parlando di conseguenze fisiche o di pericoli per la libertà personale. Mi riferisco, piuttosto, a situazioni nelle quali uno può sentirsi dire “sarebbe meglio non farla questa cosa, sai, magari non viene finanziata, oppure gli sponsor potrebbero anche abbandonarci...”. Insomma, una censura che poteremmo definire trasversale. Molto subdola, indubbiamente, e bisogna ammettere che questo tipo di pressioni e quindi di censura ancora ci sono. In tutto questo sistema, il rischio è anche quello di non piacersi più e incorrere in una sorta di autocensura».

A lei è mai capitato di trovarsi in qualcuna di queste situazioni spiacevoli?

«Onestamente no, almeno in maniera diretta. Ammetto comunque di essermi posto più di una volta certi problemi, di aver riflettuto molto se fare o meno certe cose. Mi è capitato di dover fare delle rinunce perché eravamo in periodo di elezioni e quindi vigeva la “par condicio”: in regime di “par condicio”, per esempio, non si può parlare di mafia. Un limite comunque c’è ed è dato dal codice penale. E certamente non è censura. D’altronde, utilizzando il codice penale, c’è anche il sistema di provare a fermare la gente attraverso le querele a raffica con le quali intimorire e credo che i giornali ne sappiano qualcosa... Purtroppo chi ha i mezzi economici per poterlo fare non si mette scrupoli anche su questo versante».

Il genere noir ormai ha assunto diverse declinazioni, lo troviamo nei libri, a teatro, nei format televisivi, alla radio: non si sta esagerando?

«Non so se davvero ci sia troppo noir, è comunque un genere che è sempre andato di moda. Io stesso sono cresciuto guardando la televisione negli anni Cinquanta e Sessanta, quando tenevano banco quelli che si chiamavano gli “sceneggiati” a puntate. E poi c’è una vastissima letteratura che racconta queste storie. Io credo che finché andranno di moda, finché il pubblico mostrerà interesse per questo genere non potremo dire che c’è troppo noir. Casomai è giusto fare un distinguo tra le diverse produzioni. Ci sono cose commerciali, altre più impegnate e poi ci sono quelle brutte. La linea di demarcazione? Come sempre, a decidere è il pubblico».

Lo “storytelling” è in voga, qualche giorno fa a Sassari ha avuto un grande successo Federico Buffa con le sue storie di sport, lei stesso ha fatto numerosi programmi alla radio e la tv, declinando il noir su diversi media. Come spiega questo successo?

«Non ci vedo niente di strano, nel senso che la narrazione è sempre quella e ha sempre avuto un grande fascino. Casomai è una questione di linguaggio, metodi, anche di modelli. Dalle mie parti, in Emilia Romagna, il modello classico è quello del “narratore da bar”: un personaggio, cioè, che entra al bar, si appoggia al bancone, ordina da bere e poi comincia a tenere banco raccontando un sacco di storie agli avventori. E ci sono argomenti che si prestano particolarmente a essere raccontati per via dell’epica che contengono. Lo sport, appunto, è uno di questi e io stesso ho attinto più volte da questo genere».

Il suo ultimo libro è stato accolto con grande favore anche per il fatto di aver restituito ai lettori il personaggio del commissario De Luca: un ritorno di fiamma cercato e voluto o semplicemente le strade si sono reincontrate?

«La verità è che io il commissario De Luca non l’avevo mai abbandonato del tutto. Non avevo più incontrato una storia che mi consentisse di riprenderlo e in questi anni mi sono dedicato ad altre cose. A un certo punto ho trovato il racconto giusto e io e il commissario ci siamo reincontrati. Sì, certi personaggi non ti abbandonano mai e quando scatta la scintilla ti fanno tornare la voglia di raccontarli nuovamente, anche se magari è passato un po’ di tempo dall’ultima volta».

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