Il senso del cavalier Refosco per il vino
Vinitaly, un testo dello scrittore Gesuino Némus nel libro dedicato agli ultimi 50 anni di storia dell’enologia in Italia
MUS. «Non c’è riuscito il Pinot Noire a farmi diventare pazzo! E non ci riuscirete neanche voi!».
L’urlo del vecchio patriarca non riuscì a raggiungere neanche i calcagni dei suoi figli. Troppo vento, e le parole rimbalzarono al mittente. Non udirono se non le ultime sillabe, intenti com’erano a salire sui loro fuoristrada, probabilmente sicuri che, un giorno o l'altro, sarebbe crollato; in ogni caso non è che ci fosse molto da aspettare: 88 anni li aveva tutti e, prima o poi…
Il motivo dei continui litigi a casa del cavalier Refosco, non erano tanto i nomi che aveva imposto ai suoi figli, quanto il fatto che non aveva nessuna intenzione di vendere neanche un metro quadrato della sua terra, tutta coltivata a vigneto. L’offerta da parte della società Centri Commerciali CubaCuba era stata veramente importante, ma lui: niente.
«Ho detto che non vendo. E lascerò scritto nel mio testamento che nessuno possa farlo. Volete la mia terra? La mia casa? Continuate a coltivarle, le montagne, invece di spianarle! Siamo contadini, noi!».
Già… i nomi. Ci s’era messo d’impegno. Il primogenito l’aveva chiamato Brunello; la femmina Bonarda e l’ultimo, avuto dalla sua giovane badante quando ormai lui di anni ne aveva quasi settanta, Novello. Non che fosse particolarmente bella né prosperosa, la sua amichetta che contrabbandava per “assistente alla deambulazione”, ma si chiamava Soave: irresistibile, per uno come lui.
A casa del cavalier Refosco, si festeggiavano gli enomastici.
Neanche riuscì a sedersi, sotto il porticato della sua bella casa colonica, per far rallentare il suo cuore, che squillò il telefono: era il notaio Gerolamo Spiccio, suo vecchio amico, detto “L'uomo ombra”, non certo per le sue virtù mimetiche quanto per la sua passione per i “cicchetti”:
«Ma Refosco, cos’è ’sta roba che mi hai mandato?».
«Come, cos’è? Il mio testamento… non si sa mai».
«Testamento? Ma mi hai scambiato per una casa editrice?».
«In che senso?».
«Ma saranno cinquanta pagine. Cos’è? Un romanzo? Vuoi andare al Campiello? Chiama Zuccato e Vascellari, mica me».
Posò la cornetta, il cav. del lavoro Refosco. Mise giù senza neanche salutare. Aveva fatto copia dei fogli inviati e non s’era reso conto che era quasi mezza risma di carta. L’aveva scritto quasi di getto, tutto a mano, dopo che un enologo, presentatogli da una sua nuora, che voleva fare il marketing e gli rimproverava che non sapeva commercializzare i suoi prodotti, gli fece, proprio un anno prima, un pippone monumentale di due ore sui nomi e sugli accenti.
«Senta, per me il vino è due cose: buono-non buono», gli disse il vecchio patriarca.
E lui: «D'accordo, certo, d’accordo cavaliere ma, vede… lei non può chiamare un suo vino “Le Confessioni”, solo perché in collegio le piaceva sant'Agostino».
«E perché? Mica era astemio. Era un uomo che amava la vita, fino ai quarant’anni. Pure un figlio s’è fatto e l’ha pure riconosciuto. Due palle così c’aveva quel santo. Come il mio vino, caro il mio dottor Abboccati».
«Va be’, vada per “Le Confessioni”, ma quell’etichetta, così povera… spartana direi, senza nessuna nota sui sentori e i profumi… e gli accenti, poi».
«Gli accenti? Il vino è prosa, non è poesia. Quella la fai tu, dopo che te lo scoli tutto. E poi, guardi, io gli ateniesi li odiavo. W Sparta!».
«Sono importanti gli accenti, cavalier Refosco. Sono come le note di nasturzio e pimpinella nel vino di pianura. Sono esprit de finesse, come quel vago sentore di ciliegia bisestile che è presente nel pinot di montagna o quello di fiordaliso infestante in quello di collina. Per non parlare della ginestra vulcaniana e del nespolo fracanzano del rio Pardello. L’ha mai percepito quel sentore di albicocca tramezzana, così simile, ma da non confondersi, stia sempre bene attento, con quello di pesca paradossa? O quel meraviglioso, anche se quasi impercettibile, caressant effluvium di susina paracelsa, tipico delle coltivazioni a tendone? Ma sicuramente lei è molto esperto, mi scusi».
«Già… sono molto esperto… Ma va’ a da’ via i ciap, ti e il pitosforo caligiuro. Una condanna!»
Driiin driiin. Era sempre il notaio, al telefono: «Beh? Ma che? Ti sei offeso? Vengo io lì, dammi dieci minuti».
Neanche gli rispose, il cav. Refosco. Mise giù ancora la cornetta, senza neanche salutare. Cominciò a sfogliare il suo testamento, redatto «nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, autocertificando la mia integra capacità d'intendere e di volere…».
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