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L’abusivismo tollerato dalla politica

di Sandro Roggio
L’abusivismo tollerato dalla politica

di Sandro Roggio Le politiche del primo Novecento hanno contribuito all’abbandono del vecchio centro di Sassari. E al suo discredito, con l’incitamento a scappare da quelle strade infette. E il...

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di Sandro Roggio

Le politiche del primo Novecento hanno contribuito all’abbandono del vecchio centro di Sassari. E al suo discredito, con l’incitamento a scappare da quelle strade infette. E il benvenuto a chiunque volesse contribuire alla sua catarsi. Scontati gli applausi per le picconate dimostrative decise nel Ventennio. Poi i grattacieli. Un’idea di modernità autodistruttiva, il nuovo a scapito di ogni preesistenza. Un capolavoro il primo piano urbanistico in tempo di democrazia: il quartiere di Santa Maria di Pisa per accogliere gran parte dell' edilizia residenziale pubblica realizzata fino a oggi. Quanto basta per vanificare ogni programma di coesione spaziale e sociale.

Poi all’esodo programmato si è aggiunto quello anarchico nel territorio extraurbano. A nord il regno di autocostruttori di case isolate e negli agglomerati lungo la SS131. L’abusivismo tollerato che sopperisce all’inerzia della politica che non sa farsi carico del disagio abitativo. Altro sprawl nella campagna a sud, promosso dai ceti più agiati, la villa del sogno borghese tra le querce di Monte Bianchinu. Nel 1983 il nuovo Piano regolatore generale. Accenni alla necessità di dirigere il traffico ma nessun freno alla crescita ovunque, quella interna in danno ai quartieri primo Novecento.

In qualche decennio Sassari ha perso l’equilibrio e un bel po’ dell’eleganza realizzata nel corso dell’Ottocento; e grazie al partito dell’urbanistica “trallallera” è oggi difficile dire dove finisce la città e comincia la campagna. L’area urbanizzata è almeno venti volte quella degli anni Cinquanta, ma l’insediamento sparpagliato va ben oltre. E più di un quarto dei sassaresi abita il costoso blob. Sì, pure altrove la speculazione, l’improvvisazione, l’abusivismo hanno compromesso vasti territori, ma l’impressione è che qui i contraccolpi siano più gravi, non ultimo il serio deprezzamento del patrimonio edificato.

Fa la differenza Predda Niedda, ex zona industriale regionale, abnorme crocevia della sconvolta espansione turritana. Una miriade di ettari di attività commerciali in capannoni riciclati. E quindi la dissoluzione dell’amalgama tra residenze e attività commerciali: la città densa depressa, attratta dalla movida di Predda Niedda continuamente alimentata dai clienti della città diffusa. Va bene così? O c’è qualche idea per governare il fenomeno?

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