“Non volevo morire così” Storie dalle isole-galera
Ventotene e Santo Stefano, duri luoghi di reclusione dai Borboni al regime fascista Uomini, politici e intellettuali: confinati che videro un mondo nuovo anche oltre le sbarre
di Alessandro Marongiu
La piccola isola di Ventotene e l’ancora più piccola isola di Santo Stefano, appartenenti entrambe all’arcipelago delle Pontine e divise appena da una striscia di mare, non sono troppo lontane dalla terraferma – da Formia ci si arriva con una traversata di un paio d’ore al massimo –: eppure, in anni non così remoti, la distanza che ha separato chi vi stava dal resto del consorzio umano, è apparsa spesso incolmabile. Si scrive “chi vi stava” e non “chi vi abitava” o “risiedeva”, perché l’una e l’altra isola sono state, tra il Diciottesimo secolo e la seconda metà del Ventesimo, soprattutto luoghi di reclusione, e dei più duri che si ricordino: a Santo Stefano giungevano, fin dai tempi dei Borboni, gli ergastolani, e a Ventotene, sotto il regime fascista, i confinati.
In Non volevo morire così (Nutrimenti, 288 pagine, 16 euro), Pier Vittorio Buffa racconta la storia delle due isole-prigione, ma soprattutto le storie di alcune delle tantissime persone, e furono migliaia e migliaia, che vi scontarono la propria pena, colpevoli o meno che fossero. Come Giovanni Andrea Addessi, trentenne benestante incastrato per ripicca dall’amante e dal marito di lei per un doppio, feroce assassinio, che non riuscì mai a dimostrare la sua innocenza; come Mario Maovaz, che pur in quel contesto trovò il modo di allestire una biblioteca per i detenuti di quasi tremila volumi; come Salvatore Jacovitti, che per sei anni cercò ostinatamente di riprendere i contatti con la sua famiglia, ma non ricevette mai risposta alle lettere inviate; come Rocco Pugliese, comunista e antifascista, a cui gli uomini di Mussolini attribuirono un omicidio mai commesso e che fu ucciso dalle guardie carcerarie.
Come Sandro Pertini, il futuro Presidente. Non si tratta però, si badi bene, di andare a frugare nelle pieghe delle vicende altrui: la posta in gioco è ben altra. Scrive infatti Buffa che il suo libro vuole essere un «simbolico ceppo per non dimenticare»: per non dimenticare, in primis, «quel che è accaduto su quegli scogli», e cioè la sofferenza di quanti là trascorsero, specie a Santo Stefano, “la tomba dei vivi”, periodi terribili della loro esistenza; in secundis, che a Ventotene trovarono domicilio coatto venti membri dell’Assemblea che, conclusa la guerra, scrisse la Costituzione italiana, e che sempre a Ventotene, a conflitto invece ancora in corso, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi diedero alla luce “Per un’Europa libera e unita”, ovvero quel manifesto che, pubblicato in clandestinità da Eugenio Colorni, è riconosciuto come l’atto fondativo dell’Ue.
Da ultimo, continua l’autore, bisogna non dimenticare che nel nostro Paese vige l’ergastolo, «una pena che non porta alla redenzione, ma solo alla disperazione» (in particolare se ci si vede infliggere il cosiddetto “ostativo”, che non riconosce né semilibertà né permessi di alcun tipo): una pena, come sottolinea anche Emma Bonino nella prefazione, che non dovrebbe avere diritto di cittadinanza in una nazione nella cui Costituzione si legge, all’Articolo 27, che le condanne. «non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
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