In un saggio inchiesta l’enigma del filosofo tra follia e ribellione
Elisabetta Chicco Vitzizzai svela la personalità del pensatore La prefazione è di Remo Bodei: «Si scopre un altro uomo»
Ma è proprio vero che Friedrich Wilhelm Nietzsche (Röcken1844 – Weimar1900) era «impazzito improvvisamente a causa della neurosifilide da cui sarebbe stato affetto»? E, per portare la vicenda in Italia, è proprio accertato che la pazzia esplode «improvvisamente a Torino il 3 gennaio 1889»? Sono più d’una le domande che Elisabetta Chicco Vitzizzai si pone nel nuovo libro “Nietzsche, Psicologia di un enigma” (Castelvecchi editore, pagine 280, euro 22) con la prefazione di Remo Bodei.
LA “FOLLIA SIMULATA”. L’autrice, docente di Lettere nelle superiori (negli anni Settanta è stata una delle insegnanti-mito al liceo scientifico di Nuoro) aveva già indagato nel 2013 nella vita privata del grande pensatore scrivendo “Gli ossibuchi di Nietzsche. Un felice incontro con Torino e la cucina piemontese”. Qui la città della Mole appare «magnifica e singolarmente benefica», qui scrive “Ecce homo” ma soprattutto trova «l'allegra vitalità» prima di cadere «in una sorta di non-vita, quasi un autoannullamento». La nuova opera di Elisabetta Chicco (sarà presentata oggi a Torino, Circolo dei lettori con la filosofa Daria Dibitonto e il critico Giovanni Tesio) è un’indagine sulla personalità di Nietzsche e presenta una originale ipotesi sulla sua cosiddetta follia e sulla enigmatica fine. Si raccontano nel dettaglio l’internamento in manicomio, la malattia diagnosticata dai neurorologi di Basilea e di Jena, si parla di “follia simulata”, ritorna spesso l’autoannullamento dei libri precedenti, la diffidenza verso il genere femminile. Scrive la Chicco: «Le donne lo attraevano. Moltissimo, se erano graziose e intelligenti. Ma ne aveva anche paura». Era lui a paragonarle a «un piccolo predatore pericoloso, strisciante, sotterraneo! E in più così piacevole!». Più avanti scruta «una vita fatta di allontamenti», lo radiografa «viaggiando da una città all’altra recidendo qualsiasi legame vi fosse sorto» dopo aver «abbandonato il filisteismo borghese degli ambienti in cui è nato e vissuto, le convenienze, ipocrisie, menzogne della mediocrità, a cui i più si adattano per pigrizia, per comodità o per trarre vantaggi».
L’ALTRO NIETZSCHE. E se dalla sfera psicologica passiamo a quella pubblica, Elisabetta Chicco – con una qualità di scrittura fra le più raffinate – diventa storica e sociologa e ci propone un Nietzsche che «nutriva un aristocratico distacco per la società di massa e industrializzata che stava affermandosi, e di conseguenza era antimoderno e antidemocratico, ma questo era l’atteggiamento di tanti intellettuali, scrittori e artisti fra Ottocento e Novecento che, nutriti di cultura umanistica, nella massificazione e nel tecnicismo trionfanti nella moderna società industriale vedevano messo in crisi il loro status e il loro modo di concepire il mondo». Sì. A 120 anni dalla morte si scopre un altro Nietzsche.
Lo sostiene proprio Remo Bodei che riconosce all’autrice di «averci consegnato uno specchio con cui potremmo rimirare la nostra condizione qualora fossimo in grado di smontare l'edificio di inganni e di autoinganni innalzato nei millenni per indurci a dire di no a questa vita, facendocene magari immaginare un’altra splendida e compiuta nell’aldilà». È Bodei a citare tra virgolette la stessa Chicco per sottolineare una frase fra le più coinvolgenti: “Più luce, fare chiarezza, dissacrare e scorticare: la sincerità estrema è sempre impopolare, la volontà di conoscenza può farsi sfida mortale». Ed ecco – scrive Bodei – che «il delirio e i comportamenti di Nietzsche hanno il merito di lacerare scandalosamente la rete di inganni di un mondo accettato e ritenuto immodificabile dagli altri, ma da lui fermamente rifiutato». E la follia? «Non è lecito sbarazzarsi delle parole e dei comportamenti di Nietzsche descrivendoli grazie alla comoda etichetta della follia, senza tenere conto del brutale spossessamento della sua personalità che i familiari e le istituzioni manicomiali hanno compiuto malgrado il “professore” fosse trattato con maggior riguardo rispetto ad altri pazienti e malgrado, o proprio perché la sorella, la madre si comportavano in una maniera iperprotettiva indice di una volontà di dominio».
IL FILOSOFO RIBELLE. Un libro rivelatore (decisamente preziose le pagine in appendice con cartelle cliniche originali, questionari medici, testimonianze varie) che ci illustra l’oggi del 2017, perché «dalla categoria interpretativa greca di un mondo ordinato, razionale, logico” si passa alla “precarietà del mondo cangiante, fluido, contraddittorio in cui viviamo». Un libro che, sostiene Chicco, ci fa conoscere “un Nietzsche ribelle, uno spirito di lotta, un uomo che dice “no” e ci insegna a non dipendere da maestri, a respingere fedi, convinzioni, fanatismi, a non rinunciare mai alla causticità dello spirito critico nel dissacrare e demolire tradizioni e istituzioni, ad aborrire chi si ritiene depositario della verità, di una sola e assoluta verità. I suoi scritti restano stimolanti perché sono aperti a molteplici punti di vista e a interpretazioni diverse e anche contrastanti. È in questa molteplicità la sua ricchezza».
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